IL SENSO DI COLPA E IL SENSO DEL PECCATO
II senso di colpa, quale stato di lacerazione interna e di disarmonia
interiore, è una realtà psicologica universalmente umana e non appartenente
solo alla dimensione religiosa, la religione però dà alla colpa la nuova
dimensione di peccato che è lo sbaglio di fronte a Dio. Di conseguenza si può
introdurre lo sguardo del Dio severo e giudice che svela e punisce tutte le
colpe commesse, oppure il Dio che perdona con benevolenza e che invita a fare
dell'esperienza e della coscienza del peccato una iniziativa costruttiva.
Il senso di colpa è diverso anche dalla coscienza di colpa: mentre
quest'ultima si riferisce a qualcosa che può effettivamente esserne causa, il
senso di colpa è sempre sproporzionato rispetto all'evento che lo scatena. Il
senso di colpa inconscio è caratterizzato da un senso di disagio, di
inadeguatezza, di frustrazione, di angoscia che non si riferisce ad un oggetto
specifico e reale ma è vago e fluttuante. Si avvertono gli effetti ma non si ha
coscienza delle cause psichiche, tuttavia si tenta di dare una spiegazione
tramite una copertura razionalizzante. Qui vi è la presenza di un Super-Io
rigido (senso del dovere portato all’eccesso) o all'opposto troppo debole, che
può condurre allo sviluppo di vere e proprie nevrosi.
All'opposto il senso di colpa conscio consiste nell'aver coscienza di
aver infranto l'ordine morale trasgredendo una legge e quindi il proprio dover
essere. Si ha allora un disagio interno che però lascia le facoltà dell'Io
libere di impegnarsi per una ricostruzione dei valori, anche se il soggetto
spesso resta legato da forme di dipendenza alle figure parentali e può giungere
a forme di scrupolosità morali eccessivamente rigide: perfezionismi accentuati,
rituali ossessivi, ecc. che sono le deformazioni del senso di colpa cosciente.
Possiamo sottolineare infine anche altre dinamiche:
-
Il
rimorso, inteso come l'aggressività della
colpa che si ripiega
all'interno;
-
la
vergogna, di fronte a sé e di fronte agli altri,
che è in rapporto con la stima di sé poiché la colpa crea disarmonia fra l'Io
reale e l'Io ideale, oltre alla perdita della sollecitazione della stima altrui.
In conseguenza di ciò la persona tende ad isolarsi, ad essere più timida fino
a giungere alla solitudine;
-
il
risentimento, contrario all'atteggiamento fondamentale
della religione che è quello della celebrazione della vita, presenta
un'apparente somiglianza con la depressione che pure fa dire che la vita non ha
senso, il risentimento conserva però forza vitale;
-
il
senso di debito, percepito ad esempio come il
dovere di onorare Dio;
-
la
colpa intrapunitiva che è il senso di colpa vero e
proprio e la colpa extrapunitiva che
porta ad esternare la collera in aggressione;
-
il
disturbo ossessivo-compulsivo: obbedire a un
impulso poderoso e incontrovertibile che è dentro di noi e tuttavia non è
sotto il controllo della nostra volontà: se ci opponiamo la conseguenza è un
tormento ossessivo. È nostro dovere obbedire, pena un senso di colpa, un dubbio
di poter causare un danno a persone amate o a valori condivisi, di essere
insensibili al male di persone e cose amate o persino di agire desiderando quel
male. La coscienza morale impone l'esecuzione di rituali che attestino la
devozione assoluta, l'obbedienza cieca a doveri nei confronti dei quali ci
sentiamo inconsciamente e tuttavia angosciosamente in difetto, l'intera vita di
una persona può essere racchiusa in una prigione di comportamenti rituali.
Anche qui comunque gli aspetti relazionali possono fissarsi, deformarsi o
regredire Ad es. quando il comportamento morale diventa ritualizzato e reificato,
disancorandosi dalle sue motivazioni intrinseche, cosicché il moralismo
predomina sull'atteggiamento religioso e la legge, anziché essere momento
d'incontro col Padre e modello di autorealizzazione, diventa complesso normativo
la cui forza sta nella paura della sanzione divina. L'insieme di pratiche e
comportamenti atti a soddisfare Dio può indurre anche a tentazioni
manipolatorie, nelle quali Dio viene strumentalizzato. Lo scrupolo religioso
diventa impegno morale inteso come obbligo di esecuzione rigida, di fronte a un
Dio persecutorio e punitivo, che nessun gesto potrebbe placare. Esso può
indurre a crede all'inutilità o all'inefficacia degli sforzi morali e dei riti
religiosi, pur subendo l'impulso incoercibile ad una ripetizione di gesti intesi
a sollevare illusoriamente l'ansia.
Come accennato c'è un nesso anche fra senso di colpa e dovere religioso:
in passato era l'obbligo della pratica rituale accentuato, la visione della signoria di
Dio che vi sottostava, il culto dovuto, l'onorare i genitori. In questo
ambito la religione e la morale esprimevano questo debito con il gesto non
solo simbolico del sacrificio.
Mano a mano però che l'uomo ha acquisito una maggiore autonomia il dovere
religioso e morale, il senso di debito, il sacrificio, hanno perso la loro
importanza, (con conseguente diminuzione della partecipazione al culto), ciò
non è indifferente quando si considerano le dinamiche adolescenziali,
in quanto l'adolescenza è un periodo di affermazione della propria autonomia.
Vi può essere poi chi ha sviluppato il sentimento di non essere mai in
grado di adempiere il dovere di onorare il Signore, chi si riconosce debitore a
Dio della propria esistenza fino a sfociare in una angoscia di colpa
generalizzata (paura di Dio), chi, indotto da un'istruzione religiosa
ossessionata dal male, ha talmente paura del peccato sino a trasformare
l'atteggiamento religioso in uno stato di paura di fronte a Dio, sentito come
giudice severo.
Come non esiste una colpevolezza patologica ma una modalità patologica
di vivere il senso di colpa, così non esiste un senso del peccato in sé
patologico ma dei vissuti di colpa segnati dalla patologia che a volte investono
tematiche e oggetti di ordine religioso. E possibile però intraprendere un
processo spirituale che svincola da questa pesantezza affettiva - che sul piano
umano paralizza ed isola - e porta alla possibilità di un avvenire, ad una pena
liberamente accettata e alla riconciliazione con gli altri che fa uscire dalla
chiusura in se stessi.
A questo punto possiamo anche evidenziare una differenza sostanziale fra l'umiliazione,
frutto della ferita narcisistica e l'umiltà
cristiana per il peccato, connessa alla finitudine dell'uomo che si rapporta
a Dio. La valutazione della colpevolezza non è solo rapportata all'oggettività
dell'atto ed a ciò che l'individuo avverte ma assume un significato all'interno
del rapporto interpersonale con il Padre: "…se il nostro cuore ci
condanna, Dio è più grande del nostro cuore…" (cf. 1 Gv 3,20).
Un certo cristianesimo, legato ad una concezione di Dio giudiziale e
punitivo, mettendo troppo l'accento sul peccato come colpa, ha sviato la
dimensione di avvenire caratteristica dell'identità personale, ed ha reso
difficile liberarsi dal passato ed abbandonarsi ad un atteggiamento di fiducia
religiosa. Viceversa l'integrazione col proprio passato è dinamica necessaria
per la maturazione della persona, e la conversione, in questo caso, si presenta
come una nuova lettura del passato e della storia personale, alla luce della
fede che ne decifra il senso: la fede nel giudizio di Dio non esprime l'angoscia
derivante da un giudizio implacabile ma è ad un tempo confessione della colpa
ed assenso alla Grazia presente ed al progetto futuro.
La religione ben compresa è perciò in grado di compiere l'integrazione
del passato, ove, grazie agli occhi della fede nulla
è perduto e nessuna sofferenza è stata vana. La conversione appare così,
agli occhi della psicologia, come una ristrutturazione della personalità, anche
se occorre un necessario discernimento. Vi può essere infatti una conversione
per liberarsi dalla propria miseria morale, un'altra che fa intravedere nella
religione la soluzione alle proprie problematiche umane rimaste sinora
irrisolte, un'altra che è provocata da un'esperienza drammatica e un’altra
ancora che ricerca, nell'esperienza religiosa, una "scossa affettiva"
e scambia questa come il segno tangibile della conversione interiore. Infine vi
è la conversione per esperienza religiosa,
in cui la realtà di Dio si impone improvvisamente per forza propria, come un
valore radicalmente nuovo (attraverso alcuni segni che ne rivelano la presenza),
determinando l'adesione a Lui.
La fede del convertito non dispensa dal cammino e dalla conquista
giornaliera, la destrutturazione e la ristrutturazione avvengono lentamente e
contemporaneamente, fino al momento in cui si prende coscienza del cambiamento.
Vi è un nuovo centro di gravità in cui il soggetto intesse una nuova trama
di relazioni con il mondo e con gli uomini e in cui i ricordi e i sentimenti
vengono nuovamente elaborati. Nella
conversione il conflitto dissociante la personalità non è quello dello
sdoppiamento ma quello che oppone la personalità religiosa, a cui il soggetto dà
il proprio assenso, a tutto ciò che può opporvisi e che scaturisce dagli
strati affettivi della personalità. La resistenza qui è contro
l'intrusione di Dio che sconvolge una personalità strutturata a caro prezzo
attraverso esperienze ed impegni anteriori, l'urto è affettivo e come ogni urto
affettivo le abitudini più solidamente costituite possono essere sconvolte, le
più salde convinzioni sovvertite e la lotta continuare finché la personalità
non si è ristrutturata in profondità, attraverso il potere d'integrazione
esercitato dalla fede in Dio. All'opposto, nelle credenze patologiche, il
soggetto sospetta delle verità religiose ma inconsciamente rifiuta
d'interrogarle, la credenza è cieca.
La verità scoperta dalla conversione s'impone a tutta la persona come
realtà vera, il soggetto si pone ripetuti interrogativi a suo riguardo ma
lascia che anch'essa lo passi al vaglio. Per dirla con S.Pietro
"…pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della
speranza che è in voi…" (1 Pt 3,15), non solo agli altri, a chi mette in
dubbio la nostra speranza e la nostra adesione al Dio in cui crediamo ma prima
di tutto e soprattutto a noi stessi!
La fede è infatti al tempo stesso certezza ed interrogazione, perché
l'evidenza del suo oggetto, quantunque reale, non è mai totale e le realtà
della fede non s'impongono alla ragione con rigore assoluto e non scuotono
irresistibilmente l'affetto e la volontà. Il dubbio metodico della ragione
durerà tanto quanto persisterà la fede, non però diminuendola ma scoprendone
la certezza. L'assenso dato alla fede è progressivo, i dubbi non hanno un
carattere di colpevolezza ma sono inerenti alla fede, anche se possono avere un
carattere egocentrico, d'orgoglio o di servilismo. Sarebbe però vano pretendere
di distinguere dubbi "negativi" da dubbi "positivi": insieme
di ragione, di passione e di coscienza morale, l'uomo difficilmente s'interroga
in tutta innocenza su Dio e su se stesso ma non per questo è meno valida la
domanda.
Le resistenze sono i segni che
denotano una ristrutturazione profonda in atto: si dovrebbe dubitare delle
facili ed apparentemente semplici conversioni, poiché la facilità di giungere
ad una convinzione può essere sintomo di una dissociazione fra la ragione e
l'affettività profonda: l'atteggiamento religioso non si concreta senza una
conversione che abbia il sopravvento su molte resistenze.
Infine la "nuova filiazione" è per essenza comunitaria ed il senso
comunitario è un buon criterio per giudicare l'atteggiamento religioso, si deve
perciò attuare il paradosso di una religione che sia altamente personale ed
insieme profondamente comunitaria.