L ' I C O N A

     La parola Icona viene usata abitualmente per pitture a soggetto religioso eseguite con una tecnica particolare che, secondo una tradizione ecclesiale che ne ha fissato il contenuto, le converte in "sacramentali", cioè in segni portatori di Grazia. L’Icona perciò non è un’opera d’arte ma primariamente un’opera di testimonianza e di espressione religiosa dell’Oriente cristiano ed in particolare della Chiesa Cristiano–Ortodossa e di quella Cattolica di rito bizantino.
     Al pittore di icone non interessava imitare o riprodurre staticamente l’uomo e la natura ma svelare l’Essenza che si cela nelle persone e nelle cose. Per la Chiesa d’Oriente l’Icona è una finestra sul Mistero, sull’Eternità, è un Luogo d’incontro, ha la funzione di santificare l'anima del credente tramite la preghiera ed il mezzo materiale della vista, il suo posto è la Chiesa o l’angolo d’onore all’interno della casa. Essa perciò è più di un'immagine religiosa, è vera arte sacra che ha un posto ben determinato nel culto liturgico e nella devozione privata, è un mezzo efficace per poter conoscere Dio, la Madre di Dio ed i Santi. E’ confessione delle verità religiose e non soltanto un'arte che illustra la Sacra Scrittura, è forma di espressione semplice e diretta che colpisce e che può mostrare in modo preciso l'insieme di un Mistero.
     Nella pittura delle Icone, gli artisti, erano tenuti a rispettare severe regole di comportamento al fine di evitare l'eresia e per questo seguivano i testi approvati dalla Chiesa Ortodossa. Inoltre venivano controllati sia nei loro studi che nella loro vita privata, generalmente i pittori di Icone erano monaci che univano allo studio della pittura la penitenza e l’ascesi spirituale. Il monaco iconografo, consacrato dal suo Vescovo e benedetto dal suo monastero, per diventare pittore d’Icone passava un mese in digiuno e in preghiera prima di cominciare la sua opera. Egli non ricercava un proprio concetto di bellezza ma la Verità che discende nell’Icona e si riveste delle sue forme, ricercava il bello secondo il linguaggio religioso, ovverosia la configurazione artistica della Verità delle cose. Per questo motivo le regole stesse dell’arte iconografica non erano create dai pittori ma custodite e tramandate dai Padri della Chiesa.
     Per svelare questa Sostanza che si cela nel creato gli iconografi accentuavano alcuni aspetti, alteravano le proporzioni, stilizzavano alcuni elementi secondo la propria sensibilità umana e culturale ma sempre in una fedeltà profonda al modello originario. Su queste pitture non appaiono le firme degli artisti  o le date di esecuzione, in quanto le immagine non devono suscitare emozioni umane ma far percepire la realtà soprannaturale, anche a chi è privo di specifiche conoscenze purché animato da fede e sete spirituale: il loro fine dunque è comune.
     Dal 700 circa, fino all’843 (settimo Concilio Ecumenico di Nicea) l’arte iconografica andò incontro ad un lungo periodo iconoclastico, in cui le Icone venivano confiscate e distrutte a motivo di una erronea impossibilità di raffigurare umanamente la Divinità. Successivamente essa raggiunse il suo massimo splendore nella Russia del XIV secolo quando, ereditata questa forma di religiosità artistica da Bisanzio, trovò in Andrej Rublëv il suo genio insuperato. Dal XVIII secolo inizia per l’arte iconografica un processo di decadenza: viene via via smarrito il significato religioso dell’Icona che diventa così semplicemente un oggetto d’arte e di conseguenza si aggiungono forme ornamentali sempre più sofisticate. Si assumono particolarità barocche, nasce l’usanza di ricoprire le Icone con coperture di metalli preziosi che lasciano scoperti solo i volti e le mani, snaturandone il significato e facendo venir meno l’armonia dell’immagine e l’unità della composizione. Dopo la rivoluzione sovietica un numero incalcolabile di Icone vengono distrutte, fatte oggetto di speculazioni o conservate nei musei e quindi ridotte ad oggetti artistici e non di contemplazione e di preghiera, come la loro natura richiede.



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