II Domenica dopo Natale

Ef 1,3-6.15-18

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto. Perciò anch'io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell'amore che avete verso tutti i santi, non cesso di render grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Gv 1,1-18

     In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli rende testimonianza e grida: "Ecco l'uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me". Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

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Il prologo di Giovanni appare il punto d’arrivo di tutta la riflessione sulla rivelazione. Esso riassume in grandi linee la storia della salvezza: creazione, alleanza (Mosè), rivelazione definitiva (Cristo). Di tutto questo mi sembra che l’ultimo versetto sia una nota importante e riassuntiva: “Dio nessuno l’ha mai visto…” è la descrizione della nostra umanità, della nostra realtà, “…proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.” La parola, in questo caso il Verbo, rivela sempre qualcosa, implica una comunicazione, una rivelazione, non una idea. Il prologo non c’introduce nell’ambito della speculazione divina, “ad intra”, su ciò che Dio è in sé, quanto nell’ambito del rapporto di Dio con gli uomini: Gesù è rivelazione di ciò che Dio è per gli uomini. Ma dire questo significa dire che tutto ciò che Cristo è, ha fatto, ha vissuto e possiede è rivelazione, tutto di lui ha parlato e ci parla di Dio. Gesù non porta e non insegna una dottrina e non è una guida ai misteri celesti, è Lui stesso rivelazione. La sua nascita, la sua predicazione, il suo cammino, la sua preghiera, la sua morte, la Risurrezione, tutto quello che lui è rivela Dio e questo è possibile in quanto solo lui è nel seno del Padre. E’ la relazione unica del Figlio col Padre, così unica che Giovanni parla di “unigenito”, che fa di lui rivelazione. Ma non solo. Rivelazione di Dio da una parte ma anche rivelazione di ciò che l’uomo è destinato a diventare dall’altra: “a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio…predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo…”L’incarnazione non rivela solo Dio ma anche la dignità e il destino dell’uomo. Egli è venuto per farci conoscere il nostro fine e la nostra dignità, per fare luce sul significato della nostra esistenza. La luce infatti dà orientamento alla vita dell’uomo, una direzione verso cui camminare, una risposta, un senso. La tradizione della Chiesa cattolica ha sempre affermato che “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”! Non siamo chiamati solo ad andare in Paradiso ma a diventare Dio, espressione senz’altro forte ma che contiene la verità sull’uomo. La figliolanza divina non è una metafora senza riscontro nella realtà ma espressione della vera natura umana e io aggiungerei anche un’altra cosa. Proprio per questa dignità che abbiamo ereditato, proprio per questa somiglianza donataci da Dio, similmente a Cristo anche noi abbiamo la capacità e la possibilità di rivelare Dio. Come l’amore, la stima di sé, la fiducia negli altri, s’imparano da piccoli attraverso gli esempi positivi dei nostri genitori e dei nostri educatori – in questo modo, sperimentandolo concretamente, impariamo cosa sia l’amore - così Dio si manifesta attraverso i gesti e le azioni degli uomini che amano e credono in Lui. Senza cadere in un immanentismo che negherebbe sia la diversità fra Dio e l’uomo, sia la storicità dell’Incarnazione, è attraverso l’uomo che s’incontra Dio, è la realtà dell’Incarnazione.