VI Domenica

 

 

Mc 1,40-45

 

     Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi!" Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci!". Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: "Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

 

 

 

 

     

 

 

 

Il Vangelo di oggi solo apparentemente ci interroga sul problema della malattia fisica, più a fondo ci spinge ad andare oltre, ci interroga sul rapporto del nostro corpo con la nostra fede, con la nostra dottrina, con la nostra morale. La mentalità religiosa dei contemporanei di Gesù legava l’anima al corpo in una unità maggiore rispetto alla mentalità greca e anche a quella nostra. Ne risultava che ogni malattia fisica era la conseguenza di un male morale. Alcune malattie addirittura dividevano le persone in pure o impure, in accolte o rifiutate, “sacre” o “profane”, giuste o peccatrici. Fra tutte le malattie la lebbra era quella che più rendeva impuro l’uomo perché lo distruggeva nella sua integrità e vitalità fisica e per questo rivestiva un carattere prevalentemente religioso e sociale. Era considerata conseguenza di un peccato, di una malattia morale ed ecco perché occorreva un sacrificio di espiazione. Gesù però, contro tutte le leggi religiose del suo tempo, “stese la mano e lo toccò”, andando oltre il necessario, facendosi coinvolgere e diventando impuro. Con questo semplice gesto, in realtà carico di significato, Gesù mira a sconfiggere il sistema ideologico che sta alla base della purità-impurità, a modificare il pensiero di coloro che dividono la società secondo le categorie del sacro e del profano. Ecco perché il guarito, oltre ad offrire il sacrificio previsto dalla legge, servirà anche come “testimonianza per loro”, per coloro che si credevano puri (cf. anche Mc7,1-23). Oggi la scienza ha dissolto molte nebbie sui mali che affliggono l’uomo ma a decidere cosa sia puro o impuro è rimasta sempre la morale. Fino a non molti anni fa (ancora oggi ne avvertiamo le conseguenze) una morale casuista esaminava ipoteticamente e metodicamente ogni comportamento umano, al fine di definire la norma applicabile a ciascuno di essi. Si otteneva così che le persone non fossero in pace con se stesse, scrupolose al massimo, con sensi di colpa e a volte con fobie difficili da superare. Soprattutto la morale sessuale rendeva puri o impuri certi organi del corpo, certe azioni, ed era causa di disagi e sensi di colpa. Chiunque abbia un po’ di esperienza pastorale sa quanto sia vero questo e quanto, ancora oggi, ciò sia difficile da superare. Adesso una strada sembra tracciata ma non dobbiamo dimenticarci che soltanto un secolo fa uno scienziato di nome Freud rivelò al mondo che molte nevrosi erano causate proprio da un tipo di morale intransigente e puritana e che solo dopo 50 anni un Concilio Ecumenico dichiarò, finalmente, dopo duemila anni di cristianesimo, che il fine unitivo del matrimonio era considerato alla pari con il fine procreativo e che “gli atti con i quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onesti e degni, e compiuti in modo veramente umano significano e favoriscono il dono reciproco” (G.S. 49). Ricominciò così a comparire, all’interno della morale cattolica – e poté essere assunta dallo spirito? - una parola che era dimenticata da secoli: “piacere”. Ma ancora molta è la strada da compiere. Come la sofferenza anche il piacere ha diritto di cittadinanza in questa “terra di mezzo” che è l’essere umano. E se il piacere che non è assunto dallo spirito si trasforma in lussuria, così la sofferenza che non è assunta si trasforma in tormento. Ma più della sofferenza stessa questa parola – piacere - spaventa i “puri”. La purezza è la tentazione dell’uomo che si crede un angelo e che vede il mondo e se stesso come il luogo della battaglia, il luogo in cui separare il grano dalla zizzania. I catari, nella storia, hanno incarnato questa tentazione. Sempre alle prese con questa “terra di mezzo” con cui fare i conti, isolandosi dai “diversi” da loro, con la paura che un niente comprometta il tutto e con il rischio che venga sfigurato ciò che si cerca di trasfigurare...T. de Chardin diceva che “la purezza, in senso lato, non è soltanto l’assenza di colpe e neppure la castità, è la rettitudine e lo slancio che l’amore di Dio, cercato in tutto e al di sopra di tutto, mette nella nostra vita”.“…Stese la mano e lo toccò…”, il luogo dell’uomo è quello di mezzo, quello dell’incarnazione, quello in cui Dio non ha paura di diventare impuro e in cui tutto ciò che l’essere umano è, è stato creato e benedetto dalle Sue mani. Non esiste una parte dell’uomo in cui Dio stesso non si rispecchi e non appartenga ad uno dei più grandi capolavori della Creazione.

 

 

 

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