VIII Domenica

Mc 2,18-22

     Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: "Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?". Gesù disse loro: "Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi

……………………………………..

E’ difficile parlare di digiuno in un mondo in cui ¾ dell’umanità soffrono e muoiono per la mancanza di cibo mentre ¼ ha problemi di abbondanza di alimenti e di soprappeso corporeo. Al tempo di Gesù il digiuno era una prassi normale per i fedeli, oggi molte religioni osservano questa ed altre pratiche con più frequenza e con più assiduità di noi. Non penso che sia il digiuno in sé ad interessare Gesù quanto il rischio di una pratica religiosa sganciata da Lui, il rischio di fare qualcosa senza aver compreso la novità che era venuta al mondo. Egli non ha abolito il digiuno anche se non ne ha parlato molto, ha abolito la tristezza, il rattristarsi, il metter in mostra i nostri sforzi, il far conoscere le nostre privazioni con il nostro cattivo umore, all’opposto profumarci, far conoscere solo a Dio le intenzioni del nostro cuore, essere gioiosi: “quando digiunate non assumete aria malinconica come gli ipocriti…invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto…” (cf. Mt 6,16-18). Quando Gesù afferma che “nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio…e nessuno versa vino nuovo in otri vecchi…” chiaramente allude ad un cambio di mentalità, di prospettiva. La novità non sta soltanto nel contenuto del suo annuncio, nelle sue parole, ma anche nel fatto che occorrono nuove modalità di comprensione, d’attuazione, di pensiero. Il cristiano è cristiano in quanto si richiama a Cristo, la sua presenza colma tutte le attese e rinnova ogni cosa e la fede è la sua compagnia. Il digiuno allora può esprimere il desiderio di essere riuniti per sempre a Gesù, entrare maggiormente in comunione con Lui, non più legato alla legge, ad una disposizione legale o cultuale. E’ un nuovo modo di vedere le cose, la disposizione diventa intrinseca e non estrinseca, siamo liberi. E siamo cristiani non tanto perché andiamo a Messa o facciamo digiuni, siamo cristiani perché sperimentiamo la presenza dello Sposo in mezzo a noi e sappiamo che Dio ci ama a tal punto da averci fatto questo dono, che Dio non ci ama per le nostre buone qualità o perché ne siamo degni ma semplicemente perché “siamo”, anche se ne siamo indegni. Ecco, Dio è così e la dottrina cristiana, prima di essere educazione al sacrificio, dev’essere educazione alla paternità di Dio. Se nella nostra vita sono presenti mortificazioni, rinunce, sacrifici che comportano solo tristezza, spavento, “tratti nevrotici” per dirla con termini più scientifici, cosa abbiamo compreso della novità evangelica? Per i primi cristiani il Vangelo era buona novella perché più educati alla novità della paternità di Dio che al sacrificio, più stupefatti dall’enorme novità del perdono e dell’amore gratuito che dalle richieste che Dio faceva loro. Di fronte a questo ogni sacrificio, ogni penitenza, ogni digiuno che non nasce dall’essere stati educati in questa paternità trova la sua causa nella paura o nell’orgoglio. Di fronte a questo, con quello che l’umanità sta vivendo, una ragione valida di digiuno è senz’altro la carità, l’elemosina.