Domenica delle Palme

Sal 22

…"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza": sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo…Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano: "Viva il loro cuore per sempre". Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli. Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: "Ecco l'opera del Signore!"…

Mc 14,1-15,47

      …Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: "Ecco, chiama Elia!". Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: "Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce". Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!"…

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E’ difficile parlare della morte perché non vi accediamo direttamente, dalla nostra esperienza. Ne possiamo parlare solo in due modi: indirettamente, come esperienza di limite umano che altri fratelli hanno già conosciuto e che anche noi un giorno dovremo conoscere e come dato di fede, per quello che le Scritture, la Tradizione e la nostra stessa fede ci trasmettono. Dato che potremmo definire “esperienza di fede”, intendendo con ciò una dimensione che trapassa quella del limite umano e a cui la nostra ragione può giungere solo nella misura in cui si abbandona alla nostra fede. Ma qui, su questo versante, da questo osservatorio, la morte assume una prospettiva propria ed originale. Il velo del tempio si squarcia, l’uomo ha accesso ad un mistero e anche al mistero della morte, che così, da momento oscuro qual’era, diventa rivelativo. La morte di Gesù rivela infatti al centurione che gli stava di fronte la Sua stessa essenza e il Suo vissuto. Da come Gesù muore si comprende la Sua identità. Così è vero per ciascuno di noi. Da come moriremo si capirà anche come avremo vissuto, come avremo speso il nostro o i nostri talenti, quale sarà stata la nostra filialità. La morte quindi come momento rivelativo e perciò riassuntivo, riepilogativo, di tutta la nostra vicenda umana, la morte come accesso al mistero di Dio, al suo cospetto, e la morte come accesso al mistero della vita e della nostra stessa vita. Ecco cosa sarà la nostra morte: non più o non solo più disperazione, distacco, perdita, ma accesso, rivelazione, ripresa di un’identità che sarà per forza nostra, la nostra identità, senza più maschere, difese, paure o necessità d’essere qualcun altro. Vi è qualcosa di simile, se non ricordo male, anche nella descrizione della morte di Socrate fatta da Platone. Una morte solo apparentemente atea ma piena di saggezza, dico “apparentemente” perché vorrei confrontarla con tante nostre morti “religiose” ma mancanti di speranza e di sapienza. E’ con fiducia e abbandono che dovremmo guardare a quel giorno - e non sarà diversamente se avremo vissuto la vita con fiducia e abbandono, come Lui che anche sulla croce esprime l’abbandono fiducioso in Dio attraverso le parole iniziali del Salmo 22 – quel giorno infatti ci restituirà a noi stessi, e in un modo più completo di quanto lo siamo mai stati. Quel giorno ha già, in germe, la speranza della nuova vita, che recupererà, sotto un’altra forma, le caratteristiche dell’essere umano: la sua individualità personale.