Immacolata Concezione
Il Signore Dio chiamò
l'uomo e gli disse: "Dove sei?". Rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino:
ho avuto paura, perché‚ sono nudo, e mi sono nascosto". Riprese: "Chi ti
ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo
comandato di non mangiare?". Rispose
l'uomo: "La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho
mangiato". Il Signore Dio disse alla donna: "Che hai fatto?". Rispose la donna:
"Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato". Allora il Signore Dio disse al
serpente: poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame
e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere
mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la
donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le
insidierai il calcagno. L'uomo chiamò la moglie Eva, perché‚ essa fu la madre di
tutti i viventi.
Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto". E l'angelo partì da lei.
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La prima lettura ci
parla del peccato originale, peccato che la teologia cattolica ha considerato ma
sul quale aleggia sempre un po’ di mistero e di difficoltà. Senz’altro non è un
peccato relativo alla dimensione sessuale come a volte erroneamente si crede,
più per una proiezione moralistica che per un dato concreto. Se possiamo trarre
qualche indizio dal brano della Genesi è un peccato di superbia quello che
commettono Adamo ed Eva, il peccato di voler essere come Dio,
conoscere-stabilire da sé ciò che è bene e ciò che è male, essere loro il
principio ultimo di giudizio. Il peccato originale è il peccato che è
all’origine di ogni peccato: superbia è infatti anche maltrattare gli altri,
sentirsi superiori, migliori di loro. Non è però senza difficoltà che la Chiesa
affronta questo brano: Adamo ed Eva rappresentano la prima coppia di tutta
l’umanità? Sono veramente esistiti? Quale valore storico attribuire al testo?
ecc. Pensiamo che fino a non molti anni fa si riteneva che il racconto avesse un
valore storico e che Adamo ed Eva fossero personalmente esistiti. Oggi
racchiudiamo questo racconto, come i primi 11 capitoli della Genesi, nella
tipologia del linguaggio mitico, la cui caratteristica è di essere un linguaggio
metastorico, al di là della storia. Questo non vuol dire che esso non abbia una
verità da insegnarci, tutt’altro, solo che è difficilmente raggiungibile se lo
analizziamo con strumenti scientifici che servono per altri scopi e che sono
nati per altri fini. E’ enorme la quantità di domande e problematiche che la
dottrina del peccato originale ha sollevato nella storia e non è possibile
neppure fare una sintesi. Ciò che interessa qui è che la verità che questo brano
e tutta la Bibbia vogliono insegnarci, come ci ha ricordato il Conc.Vat. II, è
una verità relativa alla nostra salvezza e che quindi supera anche il dato
storico-scientifico per raggiungere la dimensione esistenziale. Adamo ed Eva
rappresentano l’umanità nella sua essenza, è dell’uomo, di ogni uomo in
ogni tempo, che si
parla qui. Anche l’Incarnazione è un evento che sorpassa la storia stessa per
sua natura ma è anche un dato storico senza il quale la nostra fede non
sussisterebbe. Quindi, nella liturgia di oggi, sono accostati due brani, uno non
storico nel senso già detto, l’altro senz’altro più vicino alla storia. Ma, al
di là della difficoltà che può nascere da un confronto simile, è dalle radici
degli atteggiamenti umani descritti che comprendiamo qualcosa. Nel racconto
della Genesi non c’è solo il male e la condanna (forse potremmo dire il peso
della libertà e della responsabilità) ma anche la possibilità di una presa di
distanza dalla nostra superbia “...inimicizia fra te e la donna...”, la speranza
di una vittoria e di un uso consapevole della propria libertà “...questa ti
schiaccerà la testa...” anche se con difficoltà e a costo di sudore e di
sofferenza (cf. i versetti 16-19 non riportati oggi). Il peccato originale
comporta un uso sbagliato della propria libertà, anche se è da questo errore che
l’uomo fa esperienza della libertà stessa, che sperimenta la propria autonomia e
può in questo modo crescere. La psicologia insegna, ed è un dato pacifico, che
non può esserci maturazione senza vera libertà, non può esserci responsabilità,
umanità vera, se l’uomo non approda
alla sua libertà e che per giungere a questa il cammino può, e spesso è, lungo e
difficile. Ci vuole un grande cuore per rispondere come Maria ma ci vuole anche
una grande libertà interiore e l’uomo non è poi così libero come pensa di
essere. Legami, condizionamenti, paure, proiezioni, sono gli elementi che ci
accompagnano nel difficile cammino della nostra crescita interiore, il
“serpente” che ci insidia il calcagno. “Dove sei?” è la domanda di Dio alla
prima coppia: per riacquistare la sua libertà l’uomo ha bisogno di sentirsi
rivolgere o di porsi questa domanda. “Dove sei, cosa hai fatto, chi cercate...”
ecc. sono domande di svolta nella Bibbia perché
domande essenziali nella vita di ogni uomo, quelle che interrogano la sua
essenza, che lo pongono di fronte alla sua verità, alla sua “nudità”, al fine di
ritrovare se stesso e al punto da non poter più sfuggire. Ritornare alla propria
nudità, alla propria verità, è anche il fine di ogni psicoterapia, è come
ritornare bambini, liberi dalle ossessioni, dalle angosce, dalle compensazioni.
La libertà, la vera libertà, è sempre la riconquista di un “paradiso perduto” di
un qualcosa d’immacolato, di vergine, in cui l’uomo cammina fianco a fianco al
suo Dio, è suo amico e responsabile delle proprie azioni. Restituire all’uomo la
sua libertà e la sua dignità è la premessa necessaria di ogni vera risposta a
Dio.