V
Domenica di Quaresima
Eb 5,7-9
Gv 12,20-33
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E’ da notare che l’idea del seme e del suo ciclo vitale era già patrimonio della cultura religiosa antecedente al Vangelo. Per gli egiziani la discesa del seme nella terra corrispondeva alla sepoltura, così come il germogliare della semente corrispondeva alla risurrezione. Nella intuizione della religione del Nilo l’oscurità della terra avvolge entrambe le cose, il cadavere e il seme. Gesù recupera questa dimensione che noi cerchiamo sempre di esorcizzare e la include come dimensione importante della nostra vita, le dà un nuovo significato. Non è il destino del chicco che a Lui interessa ma la sua produttività, il suo portar frutto. E se prima di Lui il paragone col seme era limitato alla morte e risurrezione fisica adesso diventa uno stile di vita. Quello che è legge di natura diventa legge dello spirito. Noi saremo persone diverse e vicine al Vangelo a seconda del nostro modo di credere e quindi al nostro rapporto con la morte e con il morire. Proprio quello che troviamo nel Vangelo di oggi. Per imparare a vivere e ad amare bisogna imparare a morire (a noi stessi), e solo in questo modo la morte fisica non sarà la fine ma il compimento della nostra vita. Più cerchiamo di “assicurare” la nostra vita e più rischiamo di perderla, cioè di non viverla in pienezza, di non raggiungere quello che è essenziale. Morire a se stessi è poi l’unico modo per poter “vedere” Gesù (nel contesto teologico giovanneo “vedere” può avere anche la valenza di “credere”). Il desiderio dei greci allora simbolizza il desiderio di tutta l’umanità, desiderio che svela la potenza della croce e la dinamica del seme. Gesù sulla croce infatti è la risposta a questo desiderio “…attirerò tutti a me…” (da tener presente che Giovanni non impiega la parola “croce” ma termini sottesi di significato teologico: l’ora, l’elevare, il glorificare). Un atto d’amore attira sempre, però “vedere” Gesù, quindi credere, andare a Lui, vuol dire impiegare la nostra vita, rischiare qualcosa (“chi ama la sua vita…”), aderire alla sua logica d’amore. Vedere e conoscere Gesù richiedono di passare dove Gesù è passato: nell’oscurità del dolore e della sofferenza dove persino Cristo deve reimparare l’obbedienza. E’ quello che ci ricorda la seconda lettura, dove il sacerdozio di Cristo non è caratterizzato da riti o sacrifici compiuti secondo norme codificate dal culto ma da un’obbedienza che non è piegarsi ad una volontà superiore, cioè servilismo, ma docilità nell’amore. Docilità che ha avuto un prezzo anche per Lui, che come noi, scopriva sulla sua pelle la realtà del dolore: “Ora l’anima mia è turbata e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”.