XX Domenica

Gv 6,51-58

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Gesù disse: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno". 

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Da sempre l’uomo cerca di essere felice e di ricorrere a qualsiasi cosa per colmare la sua fame e sete, per saziarsi interiormente e interamente. Lo ricordano la prima e la seconda lettura di oggi. Ma anche tanti, che non si credono alcolizzati o drogati, sono tuttavia dipendenti dalla fame del successo, del potere, del denaro, della propria realizzazione. In realtà non esistono soluzioni magiche a questa domanda e neppure la religione le dà. Il brano evangelico di oggi ce lo ricorda. Esso infatti, e più in generale tutto il cap. 6 di Gv, non solo si oppone ad una eccessiva spiritualizzazione della umanità di Gesù tramite il realismo della carne e del sangue ma si oppone anche ad ogni eccessiva spiritualizzazione della carne e del sangue stessi tramite il dono della vita che deriva dal partecipare ad essi. Questo però potrebbe far correre il rischio di cadere nell’eccesso opposto, cioè attribuire un potere quasi “magico” alla loro fruizione, un potere sganciato dalle fede. In realtà la promessa della vita eterna e della comunione con Cristo che leggiamo in questi versetti seguono il corpo principale del discorso (vv. 35-50) che richiedono la fede in Gesù. Il dono della vita eterna e della comunione intima con Cristo, che è partecipazione alla comunione intima che esiste tra Padre e Figlio, viene dato a chi riceve con fede il sacramento. Niente magia perciò, niente automatismo in chi si accosta all’Eucaristia, niente è garantito se non c’è il supporto della fede, mangiare qui è sinonimo di credere. La controprova viene data dalla distanza che esiste dal nostro cibarsi di Lui e la nostra vita quotidiana, più o meno distante da Gesù e dal Vangelo. L’Eucaristia non è, o non è principalmente, il pegno per la risurrezione, lo sarà invece l’aver vissuto come Lui ha vissuto. L’Eucaristia è sacramento, segno, che rimanda, che serve proprio a “superare” il segno stesso per raggiungere una persona viva che dona se stesso e fare, di questo dono, la propria vita “…colui che mangia di me vivrà per me”. Chi si ciba dell’Eucaristia non è “a posto” come spesso ci hanno insegnato; confessarsi e comunicarsi non significa, per forza, essere persone religiose perché appunto l’Eucaristia è segno e sacramento e quindi rimanda, richiama ad andare oltre, rinvia a Qualcun’altro, a Lui. Dio non dà un certo tipo di garanzie, non le ha mai date né nell’A.T. (cf. Is 10,10-11) né nel N.T. (cf. Mt 3,7-9; Gv 8,31-42), proprio i profeti aiutano a comprendere che è necessaria la conversione del cuore. C’è perciò ancora un cammino da fare quando usciamo dalle nostre assemblee…quello che abbiamo compiuto nel rito aspetta di essere compiuto nella vita, fermarsi al rituale significa tradirne le intenzioni. Colui che nutre la sua fede mangiando questo pane e aderendo sempre più alla parola del Vangelo tramite la fede stessa è unito a Cristo nella vita quotidiana e lo sarà poi per l’eternità. In Giovanni infatti “vita eterna” va intesa come vita divina, vita vera, in senso più qualitativo che quantitativo, di durata. In questo senso la partecipazione alla vita eterna è garantita già qui, ora, e perciò Gesù ci dice che chi mangia di Lui “ha” la vita eterna, adesso. E non dice “avrà”, in un futuro ultraterreno. Se i Sinottici ricordano l’istituzione dell’Eucaristia è Giovanni a spiegare cosa essa fa per il cristiano.