Corpo e Sangue di Cristo

 

Gv 6,51-58

 

     “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Gesù disse: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno".

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      Mangiare la carne e bere il sangue significa sempre assimilare la vita dell’essere a cui appartiene quella carne e quel sangue, assumere quella sostanza, stabilire un rapporto di comunione indissolubile, diventare una sola cosa. Nel linguaggio simbolico, nutrirsi di una vittima offerta in sacrificio, significa esprimere il desiderio di essere uniti a colui a cui lo si offre, realizzare in forma simbolica questa unione e, lo sappiamo, diventare una sola cosa con chi si ama, è forse il cammino più difficile che dobbiamo compiere in questa vita. C’è una diversità evidente fra i giudei di allora e noi che ascoltiamo oggi queste parole dopo duemila anni di cristianesimo, diversità che penso sia bene mettere in evidenza. Paradossalmente oggi non facciamo fatica a comprendere la presenza di Cristo nell’Eucarestia. Con il termine, di origine filosofica, della “transustanziazione” (mutamento delle specie) abbiamo “spiegato”, fatto nostro, accettato, questo mistero. Ma nel vangelo non si parla di “presenza eucaristica”, non si parla di mutamento delle specie, bensì si parla di un’altra presenza reale, viva, di Cristo. Il Vangelo parla della presenza di Cristo nel prossimo, nei poveri, nei malati, nei carcerati... (cf. Mt 25) o “quando due o tre sono riuniti nel suo nome”. Con questo: è un grande dono aver sviluppato la fede nella presenza eucaristica all’interno della tradizione cattolica ma, quello che mi chiedo, è se abbiamo sviluppato altrettanto bene il senso della presenza di Cristo nel nostro prossimo, in quello meno gradito, in quello più lontano. Se perdiamo il fine eucaristico, che è quello di offrire la vita per la salvezza del mondo, di  vivere come lui ha vissuto, a che serve l’Eucarestia? Addirittura: adorare l’Ostia senza impegno per il prossimo, senza la sua finalità, può essere sviante. All’inizio c’è un “prendete e mangiate...”, non un “prendete e guardate...”. Non si vive il sacramento se non lo si manifesta, non lo si concretizza, non lo si prolunga, attraverso l’impegno per il prossimo. Un’Eucarestia eccessivamente ritualizzata non cambia la nostra vita e rischia di ripiegarci in una dimensione intimistica, mentre niente è così impegnativo come una relazione col nostro prossimo. E’ qui che dobbiamo insistere perché è da qui che spesso vogliamo fuggire: è la relazione col nostro prossimo che impegna la nostra persona e la fa crescere in profondità e in maturità. Abbiamo compreso questo dopo duemila anni di cristianesimo? Ognuno certo ha la sua storia e il suo percorso, ognuno deve capirlo da sé ma chiediamoci, ogni tanto, dove stiamo andando e qual’è il nostro cammino. Il fine dell’Eucarestia è quello indicato dal Vangelo di oggi “avere in noi la vita...dimorare in lui...vivere per lui”. Lui che però ha dato la sua carne, ha impegnato la sua persona, per la vita del mondo. Non ci si può fermare all’Ostia, non è neppure il mangiare un’Ostia il nostro fine, se non indirizziamo la nostra vita a vivere come Lui. L’Eucarestia deve sempre rimandarci al suo atto fondante: il dono dell’Ultima Cena che abbraccia tutta la vita e il mistero della persona di Cristo, e che si esplica nell’impegno per gli altri come lui lo ha vissuto.

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