DOMENICA XXXIII

 

 

2 Tess 3,7-12

Fratelli, sapete come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.

Lc 21,5-19

In quel tempo mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: "Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta". Gli domandarono: "Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?". Rispose: "Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine". Poi disse loro: "Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

 

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Il brano del Vangelo che incontriamo oggi appartiene alla serie dei brani escatologici (dal greco éskata = ultime cose), brani pieni di riferimenti simbolici, orientati ad illustrare il compiersi del tempo ed i valori che permarranno oltre il suo fluire. La Bibbia infatti non indica come e quando finirà il mondo e la storia ma il loro fine, essa rivela il senso e la finalità di tutte le cose, con l’intento di portarci a riflettere sul compimento della storia, sul suo scopo ultimo, sul radicale rinnovamento del creato e la ricerca di una Presenza diversa. La tentazione di interpretare la fine del mondo è un fenomeno che è sempre esistito, la domanda, anche un po’ curiosa, dei discepoli in realtà non trova risposta, poiché riguardo "a quel giorno e quell’ora nessuno lo sa…solo il Padre" (cf. Mt 24,36). E’ un dato della nostra fede: da questo punto di vista i credenti non hanno una chance in più rispetto ai non credenti. Viceversa a Tessalonica, dove nessuno voleva assumersi un impegno a lungo termine, magari diventando così un peso per gli altri (cf. Seconda Lettura).

Il problema fondamentale allora è come vivere questo tempo? La domanda cruciale diventa come impiegare il tempo che ci è dato e la nostra vita?

La risposta ci viene dalla stessa Lettera di Paolo: a coloro che non lavorano, in nome dell’attesa escatologica del Cristo, Paolo ingiunge di lavorare, essendo la fede che conduce a vivere alle spalle degli altri una non-verità. Egli afferma di condurre la propria esistenza senza essere di peso ad alcuno. Riconosce il diritto di vivere dell’altare ma ha dato l’esempio non esercitandolo!

Vi è qui una sorprendente ed inaspettata vicinanza fra quella che Freud indicava come una dimensione essenziale dell’esistenza umana, la cui presenza è segno di salute mentale e la cui assenza o inibizione psichica è sintomo di patologia, e il brano di Paolo incontrato oggi. Infatti accanto alla capacità di amare, di godere e di comunicare egli poneva, come aspetto essenziale, anche la capacità di lavorare, intendendo con ciò la responsabilità di progettare un lavoro, di portarlo avanti e di assumerne la responsabilità. Così per Paolo: l’atteggiamento corretto verso il tempo che passa si realizza nella normalità della vita, è lì che si attua l’adesione a Lui. La dedizione e la generosità di Paolo sono l’atteggiamento con cui attendere il Signore che viene. La venuta di Cristo non ci esenta dalla fatica quotidiana di costruire il mondo, dall’impegno per questo mondo, anzi è nell’assunzione di questa responsabilità, che ci mette alla prova, che siamo capaci di costruire la nostra storia e più in generale la Storia.

Con altre parole troviamo descritto lo stesso atteggiamento nel Vangelo. Qui siamo di fronte alle difficoltà che un cristiano può incontrare nella propria vita, siamo di fronte alla testimonianza che la fede può richiedere, eppure anche qui ci è richiesta la stessa assunzione di responsabilità, la stessa capacità di portare avanti un impegno, che abbiamo incontrato precedentemente. Solo che qui la parola impiegata da Gesù è "perseveranza", essa è il corrispettivo, il sinonimo, della costanza richiesta da Paolo e che Freud indicava come un segno di salute psichica e maturità umana. Veramente non è possibile una maturità religiosa senza una maturità umana, questa ne è fondamento.

Gesù chiede perseveranza anche nel contare completamente su di Lui negli eventi della vita "…mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa…". Inoltre di fronte alle sofferenze e le tribolazioni Gesù ci invita ad avere fiducia e speranza, tutto si rinnoverà ma niente andrà perduto "…neppure un capello del vostro capo perirà…": la fede porta a non temere la fine del mondo ma a lavorare perché esso si compia. Il credente deve essere sempre laborioso e così come la fede non è solo un dono ma anche una conquista, il lavoro può diventare strumento di valorizzazione dell’uomo e di compimento del Regno: questo viene costruito faticando con gli altri, non attribuendoci privilegi di sorta.