II Domenica

 

 

 

Is 49, 3.5-6

 

Il Signore mi ha detto: "Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria". Ora disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele, - poiché ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia forza - mi disse: "E' troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra".

 

Gv 1,29-34

 

Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: "Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele". Giovanni rese testimonianza dicendo: "Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio".

 

 

 

Nel vangelo di oggi Gesù è presentato come agnello, nella lingua aramaica uno stesso termine, talya, indica sia agnello che servo. Comunque sia Giovanni vuole indicare a tutti noi che Dio è presente in questo mondo, Dio è già qui, solo che il suo modo di essere in mezzo a noi è particolare. La figura di Cristo è figura di uno che si impone non con forza e potenza ma con mitezza, docilità, pazienza, semplicità, povertà: come un agnello appunto. Disposta a rinunciare ai mezzi dell’efficientismo per fidarsi completamente di Dio, disposta più a subire e a soffrire che a cercare di imporre la propria volontà. Ecco come, in un passo diverso ma collegato con quello odierno, Isaia vede la figura del Servo di Jahweh: 

“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio.

Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.

Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce,

non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.

Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà,

finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.” (Is 42,1-4)

 

Cristo che toglie i peccati ha voluto ricevere il Battesimo di Giovanni come tutti i peccatori e noi, che siamo tali, facciamo fatica a riconoscerlo, quando addirittura non ci consideriamo giusti come i farisei. E’ questo stile di Dio che spesso noi non conosciamo o dimentichiamo. Dio è già qui, solo che si manifesta in questo modo e possiamo farne esperienza soltanto se comprendiamo il suo modo d’agire e di rapportarsi al mondo. Ricordiamoci delle stupende parole di Gesù davanti a Pilato: “…Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37b). La verità non ha bisogno di grandi risorse economiche per aprirsi la strada nel mondo, non ha bisogno di alleanze politiche, di prestigio sociale, di forze umane. La verità ha una forza intrinseca, si afferma da sola, non la si può imporre agli altri, ha soltanto bisogno di ascolto e testimonianza, anche se testimoniare significa spesso pagare di persona ciò in cui si crede. Questo è lo stile di Dio e di chiunque, anche oggi, si pone alla sua sequela, testimoniare senza imporre agli altri, credendo nella forza intrinseca della verità a cui siamo chiamati a dare testimonianza. Tutto ciò conduce ad un altro punto che è collegato a quanto appena detto. E’ nella misura in cui viene accettato questo volto di Dio, il modo in cui egli ha scelto di essere presente e di manifestarsi al mondo, che noi possiamo fare esperienza di Lui. C’è un “prima” e un “dopo” nell’esperienza del Battista, per lui importante e per questo ripetuto, che descrive bene quanto esso sia essenziale: avere coscienza di aver fatto l’incontro con Cristo secondo il mistero. Giovanni, pur essendo suo parente, non conosceva il vero volto di Gesù. Conosceva l’uomo, il parente, l’amico d’infanzia. Aveva bisogno, come tutti noi che spesso presumiamo di conoscerlo, di una esperienza più profonda e più intima. Di una esperienza rivelativa, di una rivelazione da parte del Padre, che trasformi veramente la vita da un “prima” ad un “dopo”. Nessuno infatti, neppure il Battista, poteva conoscere il mistero di Cristo da solo. Così è per ognuno che ha coscienza di aver avuto esperienza di Dio o che incontrerà il Signore durante la sua vita. Cosicché possa dire “è vero, c’è stato un prima e c’è un dopo”, tale che questa esperienza non si possa annullare o far finta di non averla vissuta, tale che sia irrevocabile per tutto il resto della vita. Senza questo non c’è esperienza cristiana, non c’è esperienza religiosa.

 

  

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