IV
DOMENICA
Vedendo
le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i
suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: "Beati
i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti,
perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati
quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i
misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché
vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di
Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno
dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,
diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed
esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno
perseguitato i profeti prima di voi.
Vi sono, nel brano del Vangelo, alcune caratteristiche
generali che superano ogni singola beatitudine e che meritano di essere
considerate. L’evidente
contraddizione con lo spirito di questo mondo: come possiamo, infatti,
dire che è beato chi è afflitto, perseguitato, mite, puro di cuore, ecc.
quando la società spesso ci propone dei controvalori che sono l’opposto di
quelli delle beatitudini? Eppure, in questo caso, può esserci d’aiuto la
seconda lettura della domenica odierna. S.Paolo ci ricorda che il modo di vedere
di Dio, e il suo agire nel mondo, è diverso da quello nostro, che le sue
categorie ed i suoi riferimenti sono diversi dai nostri e sono visibili e
comprensibili soltanto con gli occhi della fede. Tutto questo ci dice che solo
tramite la fede è possibile essere affamati e assetati di giustizia ed essere
beati, e così poveri, operatori di pace, ecc. Le beatitudini perciò, mentre
offrono una tensione fra presente e futuro che svela l’oggi aprendo alla
speranza - ovverosia che il Regno è già qui, ora, anche se il suo compimento
avverrà nel futuro - presentano nuovi significati e suggeriscono criteri
diversi di valutazione e di lettura di questo mondo. Lo
sguardo di Dio sull’uomo è sempre uno sguardo completo: troppe volte
abbiamo spiritualizzato le beatitudini, interpretato il loro messaggio come
rivolto all’interiorità dell’uomo, senza comprenderne fino in fondo la loro
ricchezza e la loro forza (direi rivoluzionaria). Esse, infatti, ci parlano sì
di qualità interiori da assumere ma anche di comportamenti esteriori da mettere
in atto: c’è da operare per la giustizia, da lavorare per la pace e da vivere
con misericordia. Dio è attento alla nostra felicità (“beati…”) e sa che
il nostro essere non può dividersi fra le norme morali e la vita concreta, ecco
perché le beatitudini si rivolgono a tutto l’uomo, all’uomo intero, senza
cadere nel rischio di un dualismo fra l’essere e il fare e fra il corpo e
l’anima. Il messaggio delle
beatitudini è un messaggio universale: l’unica beatitudine che Gesù
lega esplicitamente a se stesso è l’ultima, quella in cui chi si definisce
cristiano lo è veramente se compie delle scelte per Lui che paga di tasca
propria. Oltre questa il respiro delle beatitudini è universale, al di fuori di
ogni monopolio ecclesiale e le caratteristiche descritte superano ogni confine
confessionale. Ridimensionando la religione (i doveri verso Dio) a pochi e
fondamentali impegni e sottolineando la dimensione della carità (i doveri verso
gli uomini) come dimensione necessaria per una vera fede, ognuno può
sperimentare e vivere l’amore al di là del proprio credo. Le beatitudini, in
altre parole, ci dicono che lo Spirito Santo può agire e portare frutto nelle
persone anche indipendentemente dalla loro adesione esplicita a Gesù, poiché
in ogni coscienza ci sono i semi del Verbo. Il Concilio Vaticano II esplicita in
vari punti questo concetto che K. Rahner ha sintetizzato con il termine
“cristiani anonimi” e i nostri fratelli ebrei con “giusti fra le
nazioni”.
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