VI Pasqua

 

Gv 14,15-21

 

     “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".

 

 

   

 

 

 

Domenica scorsa Gesù ci ha detto che andava a prepararci una dimora, oggi dice che “egli sarà in noi e noi in lui”. Veramente possiamo dire che non c’è un aldilà e un aldiquà ma c’è un’unica e sola vita e via, un continuum di relazione, solo apparentemente interrotto. E ci sono delle persone che hanno già Dio in sé anche se sono in questa vita, dimore dell’eternità anche se in cammino verso la patria eterna. Ma come è possibile questo? Una risposta può venire dall’interpretazione, anche con l’aiuto della psicologia, di questo brano evangelico. Da alcuni anni, studiosi postfreudiani, si occupano delle relazioni importanti che le persone instaurano nella loro vita. Questa teoria, che prende il nome di “Teoria delle relazioni oggettuali” afferma semplicemente che una esperienza relazionale, interiorizzata in una funzione del Sé, può provocare una trasformazione a livello personale capace di migliorare la dimensione psichica. Facciamo un semplice esempio: noi tutti sappiamo che attraverso relazioni primarie, quali quelle con i nostri genitori, noi “assorbiamo” un’infinità di cose. Come si sta al mondo, come ci si comporta, come si agisce, quello che è bene fare e quello che dobbiamo evitare, ecc. Impariamo valori positivi e, purtroppo, a volte anche valori negativi data l’oggettiva limitatezza di ogni essere umano. Non sappiamo bene neppure noi come questo avvenga eppure, attraverso la relazione, attraverso l’amore, l’amicizia, la significatività e l’importanza della relazione stessa, questo “imprinting”, questa impronta, viene accolta dalla nostra mente. Questo è vero per ogni relazione importante, anche se siamo già adulti, pur tenendo presente che le relazioni della nostra infanzia strutturano in modo preminente la nostra personalità, che però è sempre in evoluzione. Ma andiamo ancora oltre ed allacciamoci al Vangelo di oggi: quando siamo piccoli noi sentiamo pesanti molte delle cose che i nostri genitori ci dicono e si sforzano di farci apprendere attraverso il loro sistema educativo. Ma poi, raggiunta l’età adulta e formata a nostra volta una famiglia, ecco che quegli insegnamenti, proprio a causa della significatività di quella relazione, emergono, sono diventati parti di noi stessi e sono disponibili per gli altri. La relazione vitale che si era instaurata con i nostri genitori, o con persone significative, è sempre interiormente viva, vitale, fruttuosa. Il rapporto che abbiamo avuto diventa una parte di noi, una dimensione interiore, intima. Mi sembra che il Signore dica qualcosa di analogo in questo brano. Non sarete orfani, non sarete soli, tramite il mio Spirito sarà sempre viva la relazione con me, talmente viva che quelli che possono sembrare pesanti “comandamenti” da osservare, un giorno, se voi crescerete, saranno spontanee manifestazioni d’amore, faranno talmente parte di voi che non ricorderete più neppure quei giorni in cui vi costava fatica osservarli. Esattamente come da bambini con i propri genitori. Cresciuti, quello che si osservava per obbedienza, diventa amore per sé e per gli altri, per la nuova famiglia, i nuovi figli e le persone che vivono accanto a noi. Ancor più possiamo dire qui, proprio per l’azione dello Spirito: è opera sua, infatti, lo svelare il rapporto nuovo che, nel Figlio, ci unisce a Dio ed è sempre opera sua la “memoria” vivente di Cristo in noi, è Lui che fa diventare vive le parole della Scrittura e, in quanto Spirito, allo stesso tempo è Lui che è anche vita. Qui è proprio vero che non c’è memoria senza amore e non c’è amore senza memoria, tenendo ben presente che non va confusa la fede con il sentimentalismo. Cristo infatti non è venuto a portarci un nuovo modo di sospirare o di lacrimare, amarlo non significa commuoversi pensando a Lui, sentendo caldo al cuore al suo pensiero…amarlo significa osservare i suoi comandamenti, Egli è venuto a sradicare l’uomo vecchio, il rinnovamento è serio e radicale. E i comandamenti non sono semplicemente dei precetti morali, implicano tutto un modo di vivere in unione d’amore con Lui: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. L’amore è il motivo dell’osservanza dei comandamenti e la sostanza dei comandamenti stessi, non possiamo dire di avere un buon rapporto con Dio senza essere fiduciosi, sereni, leali, aperti con gli altri e operosi secondo il Vangelo. Amare e osservare i comandamenti non sono che due aspetti diversi dello stesso modo di vivere. Niente di sentimentale quindi, e non si tratta neppure della presenza di Gesù a cui pervengono i mistici, non ci si rivolge ad una élite ascetica in questo brano ma ai cristiani in generale. Per colui che ha fede, quindi, ancor più per il potere dello Spirito che rende sempre viva, attuale, interiormente trasformante, la relazione con Dio, non è possibile pensare a Cristo come a un semplice ricordo, proprio perché Lui è vivo, è Vita: il ricordo è, insieme, anche relazione. Gesù è il movimento stesso che va dal Padre a noi, è il passaggio stesso, la Via. È luogo di passaggio e d’incontro. È in lui che incontriamo il Padre e il Padre incontra noi. E per colui che ama non ci sono più norme dall’esterno, non c’è più niente che sia obbligo e prescrizione, ma egli ha una capacità interiore inscritta nel suo cuore: l’amore stabilisce il suo ordine. Al mondo non è data la capacità di comprendere questo, allo stesso tempo lui sa di non essere stato lasciato orfano da Dio. Qualcosa di simile sembra dire S. Paolo quando afferma “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

 

 

 

 

 

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