X Domenica

 

 

Os 6,3-6

 

     Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra. “Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce. Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti.”

 

Mt 9,9-13

 

     Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

 

 

 

 

     

 

 

 

Quando Gesù vuol dirci, attraverso le parabole, come noi uomini possiamo presentarci davanti a Dio, quando vuole insegnarci qualcosa dell’amore del Padre, egli adopera spesso l’immagine del banchetto, del pranzo, della cena. Noi possiamo sentirci davanti a Dio come degli invitati, come delle persone chiamate a far parte di un convito che ha in sé una dimensione sanante. Questa consapevolezza di Dio, che Gesù aveva, viene trasmessa da ogni suo gesto ed è chiaro che anche un semplice pasto con Lui comunichi qualcosa di speciale, di nuovo, di inaspettato. Avviene qualcosa all’immagine di Dio con Gesù, qualcosa che sorprende: si dirà in altri brani che è Dio che cerca, che si china, che torna indietro... Ma non solo, l’immagine di Dio è anche immagine paterna e materna allo stesso tempo, immagine di un Dio che cura, sana, sostiene, custodisce tutti i suoi figli, soprattutto quelli più lontani. “E’ evidente – sembra dire Gesù, amplificando la sua diversa concezione di Dio rispetto a quella dei farisei – che sono i malati ad aver bisogno del medico, tutti lo possono capire, voi non ancora?” Per Gesù Dio è così e questa “evidenza” traspare da ogni suo gesto e da ogni sua parola. Per questo i banchetti nei Vangeli esprimono il sentimento della felicità, felicità di un vita piena, recuperata, felicità di chi si sente cercato, invitato. Mangiare insieme, infatti, è simbolo di stessa natura, di condivisione di vita. Ma l’invito, che Gesù rivolge, sembra non essere rivolto a tutti: “...non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”, c’è una predilezione da parte sua. Anche se a volte si ferma a casa di persone importanti, non è certo gente di “serie A” quella che Gesù frequenta di più. Ho detto “sembra” perché è chiaro che nessuno è giusto al cospetto di Dio (cf. la parabola del fariseo e del pubblicano), nessuno può essere sano o giusto, sani e giusti lo si può soltanto presumere di essere. Ed è questa presunzione che ti porta a credere che ci siano persone irrecuperabili, incapaci di cambiare, diversi, separati, quasi di “un’altra natura” come ritenevano i farisei. Fariseismo è infatti sinonimo del giudicarsi migliori degli altri o di alcuni. E ogni volta che un giusto giudica, che condanna qualcuno, è perché, in fondo, si ritiene diverso e non c’è sacrificio od olocausto che tenga di fronte alla presunzione del cuore. La misericordia è al di sopra dei sacrifici e niente, neppure il culto, può sostituirla, compensarla, e se la vita non è piena di misericordia il culto non ha senso. E’ la vita che dà senso al culto non viceversa, questo è il messaggio dei profeti. Essi avevano già ricusato il valore dei riti e dell’osservanza meticolosa della Legge a favore di una religione di amore e misericordia – potremmo dire che guardavano alla sostanza, più che alla forma - religione che è stata portata a compimento da Cristo. Però il suo aprirsi a tutta l’umanità bisognosa di misericordia, il desiderio di portare a tutti la salvezza, incontrava e incontra resistenza e suscita scandalo anche oggi. Vengono qui alla mente i tanti che lavorano a favore degli ultimi ma vengono alla mente anche tanti ultimi che ancora oggi non hanno cittadinanza, non hanno dignità (ricordiamo chi si scandalizzava a Roma per il Gay Pride). Esiste anche oggi la tendenza a rinchiudersi in piccole oasi di fervore religioso, a desiderare una Chiesa fatta di “puri”, ad impostare una prassi pastorale molto esigente sul piano dell’amministrazione dei sacramenti – segni questi, a volte, più di scomunica che di comunione - a dare valore all’aspetto esteriore più che alla ricerca e al cammino interiore, a credere che questo sia il tempo di separare i buoni dai cattivi (cf. Mt 13,24-30), a presumere di essere noi nel giusto e gli altri nel torto. Ma chi presume di essere giusto non solo non conosce Dio, come dice Osea, ma non conosce neppure se stesso. Dio infatti lo si incontra attraverso quello che è il nostro lato oscuro, “peggiore”, il lato che spesso cerchiamo di nascondere anche a noi stessi, il lato che non è pacificato, quello che fatichiamo a comprendere e a sopportare, quello meno razionale e per questo forse meno integrato. Ai “giusti” è la coscienza di questo lato che manca. Allora quando crediamo di avere la risposta giusta per ogni domanda, di avere sempre ragione e gli altri torto, di sapere esattamente cosa è giusto e cosa è sbagliato, vuol dire che siamo presuntuosi, un atteggiamento che è inconciliabile con l’umiltà. Un atteggiamento che costituisce un ostacolo insormontabile per una vera presa di coscienza della nostra reale condizione e dell’accettazione dei nostri limiti, e perciò un ostacolo nella conoscenza di Dio e nell’accoglienza degli altri per quello che essi sono.

 

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