XI Domenica

 

 

Es 19,2-6

 

     Levato l'accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: "Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.

 

Mt 9,36-10,8

 

     Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La mèsse è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!". Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

 

 

     

 

 

 

“Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” dice la prima lettura: la vocazione è per tutto il popolo, non possiamo esimerci dalla nostra responsabilità, sia come singoli credenti che come comunità cristiana, la “delega”, nel cammino spirituale di una persona e nel suo rapporto con gli altri, non è mai segno di maturità. Allora pregare il Padre perché mandi operai nella mèsse significa in primo luogo lasciarsi coinvolgere, significa pregare non perché altri vadano al posto nostro ma rendere noi stessi disponibili alla volontà del Signore ed assumere la nostra responsabilità per l’avvento del Regno. Dice giustamente Saint-Exupery  “Essere uomo significa essere responsabile. Significa provare vergogna (con il Vangelo di oggi potremmo dire “compassione”) in presenza di una miseria che pur non sembra dipendere da noi. Sentire che posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo”. Dio cerca persone che si assumano le proprie responsabilità – si fanno dei nomi precisi – non persone che aspettano che altri facciano al loro posto quello che loro potrebbero fare. Vi sono poi, in questo brano, alcuni elementi che sono fondamentali per la vita della Chiesa e per la dimensione religiosa, elementi sulla cui presenza nelle nostre comunità ci dobbiamo interrogare continuamente. Il regno è presenza di Dio, i dodici sono perciò inviati a dire al mondo quanto Dio sia vicino. La Sua vicinanza, la Sua presenza nella nostra vita, è un dato essenziale per una visione positiva della vita stessa e per il costituirsi di una personalità serena, equilibrata, che viva di fede, speranza e carità. Altro dato è che non dobbiamo dimenticare che i discepoli sono inviati primariamente all’interno della comunità ebraica, che per prima ha bisogno della conversione. Siamo coscienti di essere noi, per primi, ad avere bisogno del messaggio del Vangelo, oppure pensiamo che siano sempre gli altri a doversi convertire? C’è necessità di convertire anche la Chiesa come struttura, istituzione? E c’è poi un nesso stretto fra il bisogno di conversione della Chiesa, il suo riconoscersi limitata e disponibile a una riforma – oppure il suo non riconoscersi - con la scarsità delle vocazioni religiose? E non dovremmo liberarci dal clericalismo o da una visione clericale della Chiesa e lasciare ai laici tutto quello che non è specificatamente sacerdotale? Anch’essi hanno una missione, come ha sottolineato il Vat. II, una missione propria, insostituibile e non di rimpiazzo o provvisoria perché ci sono meno preti. Il mandato inoltre è un mandato che comprende anche le guarigioni corporali. La visione che il Vangelo ha dell’uomo è sempre una visione completa in cui anima e corpo sono armonizzati e in cui quest’ultimo ha la sua importanza. Nei processi di canonizzazione si richiede che il futuro santo abbia intercesso per miracoli legati alla guarigione del corpo (essere santi perciò significa, anche, essere strumenti di guarigione corporale) ribadendo per altro verso l’importanza di questa prassi dei primi discepoli. Ma non è poi un dato di fatto che nella pastorale quotidiana sia stata data molta più importanza alla salvezza dell’anima che ad una visione onnicomprensiva dell’essere umano? C’è nella nostra Chiesa il senso dell’importanza del dato materiale, contingente, corporale, oppure c’è una svalutazione a favore dell’altro elemento, quello più spirituale? Questa dicotomia è un dato evangelico? (dovremmo ricordare qui anche tutte le eresie, contro la realtà dell’Incarnazione, condannate nei primi secoli della tradizione cristiana). In altre parole, la carne continua ad essere considerata, come è stata considerata per secoli, un semplice mezzo, un puro strumento – quando non un ostacolo - per la salvezza dell’anima, oppure è anch’essa luogo dell’incontro con Dio, attraverso le sue sensazioni, piaceri,  dolori, emozioni? Infine non si può trasformare un dono in motivo di guadagno: il Vangelo è sempre gratuito, immeritato dono, similmente alla vita e all’amore che ognuno di noi ha ricevuto da Dio e dai propri genitori, doni per i quali va sempre il nostro grazie.

 

 

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