XII Domenica
“Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.”
Una costante che appare nei
Vangeli è l’opposizione fra la paura e la fede. Quando Gesù si avvicina ai
discepoli, quando compie qualcosa di straordinario, quando vede che l’uomo ha
paura, timore, di abbandonarsi a Lui, sempre si rivolge con queste parole:
“Coraggio, sono io...non temete...Perché siete così paurosi? Non avete
ancora fede?...”ecc. (cf. ad es. Mc 4,35-41). In molte circostanza della vita
c’è da scegliere fra la paura e la fede, fra il timore e la fiducia: ambedue
sono presenti e sempre in contrasto fra loro. M.L. King l’aveva compreso
talmente bene che quando ne parlava raccontava questa storia: “La paura bussò
alla porta. La fede andò ad aprire. Non c’era nessuno”. La paura fa parte
della nostra precarietà ma nel Vangelo e nella Bibbia può essere segno di
mancanza di fede in Dio. Lui questo lo sa, tant’è che sembra che siano 365
gli inviti a “non temere” presenti in tutta la Scrittura, uno per ogni
giorno verrebbe da pensare…Per questa paura, per la paura di perdere il nostro
corpo, il nostro bene, spesso siamo disposti a compromettere anche l’anima,
intendendo qui non la condanna eterna ma il rinunciare a quei principi, a quei
valori che, sentiamo, farebbero di noi uomini nuovi, diversi, più vicini
all’immagine di Cristo. E’ il rischio che corriamo e che Gesù fa presente
nell’ultimo versetto: se non facciamo nostro il suo sguardo rischiamo di non
portare a compimento, in modo pieno, la nostra esistenza su questa terra. Ma
cos’è questo “sguardo”, questa fede, questa fiducia di cui ci parla il
Vangelo di oggi? Gesù lo spiega bene, Egli non descrive qui un’esperienza
qualsiasi ma l’esperienza propria della fede, un modo particolare
dell’esperienza che è proprio della fede. Dobbiamo riconoscere, infatti,
che nel mondo oltre ai passeri cadono anche molti uomini e dobbiamo chiederci
come conciliare la nostra esperienza storica, di tutti i giorni, con le parole
di questo Vangelo. Gesù non era affatto un sognatore e neppure un fatalista.
Conosceva i dolori, le disgrazie e l’ipocrisia presenti nel mondo e le ha
sempre contrastate, sia in se stesse che nelle loro origini o causalità, che
niente hanno a che vedere con la fede in Dio (cf. ad es. Lc 13,1-5). Quello che
Gesù vuole trasmetterci va molto oltre e sorpassa tutto questo. Quello che
vuole trasmetterci è una fiducia originaria, illimitata, nella vita che ci
circonda e nella storia che percorriamo, qualsiasi cosa accada. A questa
descrizione dell’esistenza si avvicina moltissimo quello che la moderna
psicologia ha compreso dello studio del bambino. Se al bambino, nei primi anni
di vita, vengono infatti trasmessi amore e fiducia, si formano in lui, nella
profondità della sua psiche, una fiducia di fondo e una sicurezza originaria
tale che le sue capacità psichiche maturano correttamente, ed egli può
affrontare positivamente le difficoltà della vita. E’ così che Gesù parla
della fede che dobbiamo avere nel Padre nostro. Una fiducia fondamentale, una
sicurezza basilare, che non deriva da una lettura esteriore della realtà ma da
una lettura di fede in Dio, dallo sperimentare il Suo amore su di noi. Gesù
viveva veramente l’esperienza di un Padre che “conta tutti i capelli del
figlio”, che perciò ha premura di lui, che lo ama: qui parla un uomo che vive
quello che dice, un uomo intero, senza incrinature riguardo alla speranza e alla
fiducia, aperto al futuro e che sa leggere dove altri non sanno leggere e sa
vedere cose che sfuggono ai molti. Non può essere un uomo che guarda la realtà,
un “realista” come diciamo oggi, perché è uno che sa guardare dentro
la realtà e oltre la realtà, per scorgere la Bontà illimitata che la
anima. Un uomo che non si affanna, che non ha paura della vita, che è aperto ad
essa e a cui essa, proprio per questo motivo, parla in modo così diverso,
originale, attraverso le semplici cose che, quindi, risultano così vere,
eterne, profonde: come lo sono gli uccelli del cielo, i pesci del mare, il
lavoro degli uomini...Cos’è allora la fede da tutto quello che abbiamo detto?
Non mi sento di dire cosa non è perché credo che ognuno ha il suo cammino da
fare e il suo sentiero da scoprire. Senz’altro, da questo Vangelo, possiamo
dire che essa è un modo diverso di vedere le cose.
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