XII Domenica

 

 

 

 

Mt 10,26-33

 

     “Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.”

 

 

 

     

 

 

 

Una costante che appare nei Vangeli è l’opposizione fra la paura e la fede. Quando Gesù si avvicina ai discepoli, quando compie qualcosa di straordinario, quando vede che l’uomo ha paura, timore, di abbandonarsi a Lui, sempre si rivolge con queste parole: “Coraggio, sono io...non temete...Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?...”ecc. (cf. ad es. Mc 4,35-41). In molte circostanza della vita c’è da scegliere fra la paura e la fede, fra il timore e la fiducia: ambedue sono presenti e sempre in contrasto fra loro. M.L. King l’aveva compreso talmente bene che quando ne parlava raccontava questa storia: “La paura bussò alla porta. La fede andò ad aprire. Non c’era nessuno”. La paura fa parte della nostra precarietà ma nel Vangelo e nella Bibbia può essere segno di mancanza di fede in Dio. Lui questo lo sa, tant’è che sembra che siano 365 gli inviti a “non temere” presenti in tutta la Scrittura, uno per ogni giorno verrebbe da pensare…Per questa paura, per la paura di perdere il nostro corpo, il nostro bene, spesso siamo disposti a compromettere anche l’anima, intendendo qui non la condanna eterna ma il rinunciare a quei principi, a quei valori che, sentiamo, farebbero di noi uomini nuovi, diversi, più vicini all’immagine di Cristo. E’ il rischio che corriamo e che Gesù fa presente nell’ultimo versetto: se non facciamo nostro il suo sguardo rischiamo di non portare a compimento, in modo pieno, la nostra esistenza su questa terra. Ma cos’è questo “sguardo”, questa fede, questa fiducia di cui ci parla il Vangelo di oggi? Gesù lo spiega bene, Egli non descrive qui un’esperienza qualsiasi ma l’esperienza propria della fede, un modo particolare dell’esperienza che è proprio della fede. Dobbiamo riconoscere, infatti, che nel mondo oltre ai passeri cadono anche molti uomini e dobbiamo chiederci come conciliare la nostra esperienza storica, di tutti i giorni, con le parole di questo Vangelo. Gesù non era affatto un sognatore e neppure un fatalista. Conosceva i dolori, le disgrazie e l’ipocrisia presenti nel mondo e le ha sempre contrastate, sia in se stesse che nelle loro origini o causalità, che niente hanno a che vedere con la fede in Dio (cf. ad es. Lc 13,1-5). Quello che Gesù vuole trasmetterci va molto oltre e sorpassa tutto questo. Quello che vuole trasmetterci è una fiducia originaria, illimitata, nella vita che ci circonda e nella storia che percorriamo, qualsiasi cosa accada. A questa descrizione dell’esistenza si avvicina moltissimo quello che la moderna psicologia ha compreso dello studio del bambino. Se al bambino, nei primi anni di vita, vengono infatti trasmessi amore e fiducia, si formano in lui, nella profondità della sua psiche, una fiducia di fondo e una sicurezza originaria tale che le sue capacità psichiche maturano correttamente, ed egli può affrontare positivamente le difficoltà della vita. E’ così che Gesù parla della fede che dobbiamo avere nel Padre nostro. Una fiducia fondamentale, una sicurezza basilare, che non deriva da una lettura esteriore della realtà ma da una lettura di fede in Dio, dallo sperimentare il Suo amore su di noi. Gesù viveva veramente l’esperienza di un Padre che “conta tutti i capelli del figlio”, che perciò ha premura di lui, che lo ama: qui parla un uomo che vive quello che dice, un uomo intero, senza incrinature riguardo alla speranza e alla fiducia, aperto al futuro e che sa leggere dove altri non sanno leggere e sa vedere cose che sfuggono ai molti. Non può essere un uomo che guarda la realtà, un “realista” come diciamo oggi, perché è uno che sa guardare dentro la realtà e oltre la realtà, per scorgere la Bontà illimitata che la anima. Un uomo che non si affanna, che non ha paura della vita, che è aperto ad essa e a cui essa, proprio per questo motivo, parla in modo così diverso, originale, attraverso le semplici cose che, quindi, risultano così vere, eterne, profonde: come lo sono gli uccelli del cielo, i pesci del mare, il lavoro degli uomini...Cos’è allora la fede da tutto quello che abbiamo detto? Non mi sento di dire cosa non è perché credo che ognuno ha il suo cammino da fare e il suo sentiero da scoprire. Senz’altro, da questo Vangelo, possiamo dire che essa è un modo diverso di vedere le cose.

 

 

 

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