XIV Domenica

 

 

Zac 9,9-10

 

     Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra.

 

Mt 11,25-30

 

     In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero".

 

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In Gesù è sempre presente un’unità profonda fra la sua vita di fede e il vivere quotidiano, fra la preghiera di ringraziamento, di lode e la propria esperienza. Nel Vangelo troviamo altri brani che assomigliano a questo, ove è svelato lo sguardo benevolo di Dio verso gli umili con le parole di chi ne ha fatto esperienza, ad es. Lc 1,51-53. Con questo non si vuol dire che Dio non offra a tutti la grazia di capire. Gesù non contrappone la sapienza di questo mondo, la scienza, l’intelligenza, alla conoscenza di Dio. Esse si contrappongono e sono d’ostacolo solo quando pretendono di essere assolute, quando ci si fida solo di loro per le domande fondamentali sull’esistenza umana, sui fini della nostra vita, quando si ripongono in esse tutte le nostre forze e la nostra fiducia. Gli ultimi “perché” non sono di competenza dei sapienti e dei potenti di questo mondo. Neppure quando essi hanno la veste di religiosi: non è forse capitato ad ognuno di noi di incontrare una bontà e una umanità più grande della nostra in persone che si definivano atee? Alla luce di tutto l’insegnamento del Vangelo Cristo non parla qui – o non parla primariamente – del peso dell’esistenza, dei dolori della vita o della stanchezza umana, quanto di quei pesanti fardelli che i farisei imponevano sulle spalle della gente attraverso le scrupolose esigenze della legge (cf. Mt 23,4 ma anche tutto il brano di Mt 23,1-36). Gesù si pone come liberatore, ci chiama alla sua libertà, ad una unità con Lui che, solo, è capace di rendere tutto dolce e leggero. Egli fonda infatti il suo potere sulla mitezza, non sulla violenza, (non viene con i cavalli come gli altri re ma su un asino), fonda il suo potere sui mezzi che i grandi di questa terra deridono e disprezzano. Gesù chiama alla libertà che è la sua libertà, libertà che si esprime essenzialmente nel mettere al primo posto l’essere umano di fronte a qualsiasi esigenza della legge che non rispetti questo ordine (cf Mc 2,27 e Mt 12,7). Liberatore anche delle nostre coscienze poiché niente è così pesante come la legge quando questa è ingiusta. Niente è così pesante come i complessi di colpa, di inferiorità, di inadeguatezza, che si formano dentro gli animi umani a causa di norme morali assurde, insegnate e fatte proprie fin dall’infanzia. La psicologia chiama questa parte della nostra coscienza morale o normativa col nome di Super-io e, quando essa diventa estremamente esigente, rigida, Super-io “tiranno”. Chiediamoci adesso, da questo punto di vista, se il la religione cristiana ha contribuito a rendere l’uomo più libero interiormente oppure no: la dimensione religiosa non è infatti slegata dai dinamismi psicologici (vedi i contributi alla Psicologia della Religione presenti in questo sito). L’educazione religiosa può rinforzare il senso del dovere in modo eccessivo e può portare ad una ricerca della perfezione esasperata – senso del dovere e ricerca della perfezione che a loro volta rinforzano i sentimenti di frustrazione e di colpevolezza - o ad un sacrificio di sé che va a scapito di un sano narcisismo. Può trasmettere lo sguardo di un Dio giudice e severo, può indurre un senso di colpa sproporzionato e può portare ad un ritualismo formale, legalista. (Non penso di essere molto distante se dico che queste forme non sane di religiosità erano presenti fino a poco tempo fa nella nostra tradizione e per certi aspetti lo sono ancora. Ne è cosciente chi ha appena un po’ di pratica pastorale: non è possibile infatti cancellare da un giorno all’altro delle forme mentali sedimentate e trasmesse per secoli, così come non si cancellano o non si trasformano facilmente i nodi fondamentali dell’infanzia). Viceversa la figura del Padre trasmessaci da Gesù è sempre una figura che rispetta la libertà e l’autonomia umana e ne sostiene la responsabilità: è l’uomo che attraverso le sue scelte, ed anche attraverso i suoi sbagli e i suoi errori, giunge a scoprire la paternità di Dio e il senso della propria filiazione. Fondamentale, in questo senso, è la parabola del “padre misericordioso” o “figliol prodigo” (Lc 15,11-32). Da qui, da una responsabilità esercitata nella libertà e soprattutto nella libertà da ogni distorsione religiosa, può nascere una vera imitazione di Cristo. Gesù invita i suoi uditori a diventare suoi discepoli e, a differenza dei moralisti e legalisti di ogni tempo, non pone sulle spalle delle persone carichi troppo pesanti da portare o pesi di osservanze minuziose da rispettare, anzi offre il proprio sostegno. Invece del giogo del legalismo, egli offre alla loro imitazione la sua stessa persona e il suo rapporto con un Padre misericordioso: questa Sua preghiera offre anche uno sguardo sul mistero della vita di Dio, sul Suo cuore. Non proponiamoci ulteriori croci e mortificazioni, sarebbero sufficienti quelle imposte dalla vita se accettate con amore, se accettate con la docilità di Cristo, con la docilità di chi è interiormente e profondamente (“di cuore”) mite ed umile.

 

 

 

 

 

 

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