XV Domenica

 

Is 55,10-11

 

     Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.

 

Mt 13,1-23

 

     Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda". Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché parli loro in parabole?". Egli rispose: "Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono! Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta".

  

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     Il parlare con immagini è un parlare caro alla Bibbia, al Vangelo ed in particolare alle parabole evangeliche. Secondo la psicologia le immagini e i simboli sono più vicini all’inconscio, alla parte più profonda di noi, che le parole. Il parlare con immagini è un parlare tangibile, plastico e quelle di oggi illustrano, metaforicamente, un tema particolare a tutta la Bibbia: quello della potenza e dell’efficacia della parola di Dio. Ricordiamo ad esempio Ger 23,29 “La mia parola non è forse come il fuoco - oracolo del Signore - e come un martello che spacca la roccia?” ed Eb 4,12 “...la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.” Ad una prima lettura anche il Vangelo di oggi sembra seguire questa linea ma in realtà l’efficacia della Parola è illustrata solo alla fine del brano. Ad una lettura più attenta ci accorgiamo che non è tanto il seme – la Parola - che è centrale qui, quanto il modo con cui è accolto. E’ la dimensione antropologica quella che viene descritta principalmente in questo brano e soprattutto nella sua successiva spiegazione, ovverosia i presupposti interiori dell’accoglienza. Gesù vuol farci comprendere che la parola-parabola non è una formula magica, alla base di tutto è necessaria la ricerca e la disponibilità degli uomini senza la quale niente è possibile. Questo è il significato della frase “…perché pur vedendo non vedono, e pur non udendo non odono e non comprendono”.  Il Vangelo è rivelazione e Dio è luce, Gesù non parla in parabole perché vuol restare oscuro, ma il seme (la parola, la parabola) in sé non può far niente se non trova un terreno adatto. La forza della Parola e delle parabole quindi ha necessità della buona volontà e della disponibilità umana per poter agire. E’ la risposta che noi diamo a decidere se una parabola ci tocca oppure no. Quanto detto si comprende ancora meglio se confrontiamo il passo parallelo di Mc 4,1-20 in cui Gesù pone questo racconto come fondamento per la comprensione di tutte le altre parabole, dice infatti ai suoi discepoli: “…Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole?” Ed è anche il significato di un detto che Egli ripete in diversi brani: “Se uno ha orecchi per intendere, intenda!” Questo è fondamentale perché un essere umano non può cambiare niente di sé, se non lo vuole. La bontà, la generosità di Dio, vanno sempre al di là di ogni calcolo e di ogni previsione: la sua Parola si rivolge sempre a tutti, indistintamente (il seme è sparso su ogni tipo di terreno) ma Egli ha sempre rispetto della nostra libertà. Certo, nella nostra vita ci sono sempre ostacoli, contraddizioni, ripensamenti, indecisioni e nessuno può essere identificato esclusivamente con un terreno. Non è uno stato definitivo quello che viene descritto in questo brano, è soltanto ciò che può accadere in ognuno di noi quando incontriamo la parola di Dio. Non è forse anche la nostra anima così “varia” come questo campo nei confronti della semina? A volte perciò l’uomo può essere come un sentiero duro, duro come pietra, in cui la ricettività è spenta e non solo: gli uccelli ci ricordano infatti che il male c’è e il suo nutrirsi è un rubare agli altri. Il male sussiste e si ciba delle nostre scelte od omissioni, anche noi possiamo favorirlo. Altre volte l’uomo può avere molti sassi e poca terra: è superficiale, incostante, volubile, con poca volontà. Pieno di entusiasmo ma non riesce a prendere impegni reali, capace forse di un grande sforzo ma non di una lunga perseveranza, viene bruciato dal calore della prova quando giunge il momento di passare ai fatti. Ancora può essere uno che assieme al seme tenta di far crescere anche le spine, uno che non si decide mai, che tiene i piedi su due staffe, che viene soffocato dalle cose da fare, dall’”onnipotenza delle circostanze”, oppure dal modello della società dei consumi, dai bisogni imposti dalle ambizioni esagerate, o ancora da relazioni umane invischiate, che non gli permettono la completa maturazione ed autonomia. Infine, ed è questa la nota più importante, possiamo essere terreno accogliente, profondo, libero da tutto ciò che soffoca e quindi disponibile ad accogliere, un terreno ricettivo. In esso c’è posto per il seme, c’è una dimora, una collocazione. La ricettività è tutto per un rinnovamento interiore. Ricettività è ascoltare e dare forma a ciò che si è udito, è possibilità creativa. Forse lo saremo poche volte nella vita, magari una volta sola. Forse dovremo anche passare, come sempre, da molti nostri rifiuti, da situazioni di dolore, da storie perdenti, da stati di immaturità, di chiusura e di sofferenza. Sperimenteremo forse spesso di non essere un terreno accogliente ma non importa, sembra dire il Signore, perché anche una sola volta, basta anche una sola volta in cui ci apriamo e diventiamo ricettivi, che è talmente grande la forza del seme che porterà senz’altro frutti copiosi ed abbondanti.

 

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