XVI Domenica

 

 

Sap 12,13.16-19

 

     Non c'è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall'accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è principio di giustizia; il tuo dominio universale ti rende indulgente con tutti. Mostri la forza se non si crede nella tua onnipotenza e reprimi l'insolenza in coloro che la conoscono. Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza; ci governi con molta indulgenza, perché il potere lo eserciti quando vuoi. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini; inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi.

 

Mt 13,24-30

 

    Un'altra parabola espose loro così: "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".

 

 

 

     

 

 

Nella storia umana non c’è stato niente di più terribile e devastante come la fanatica volontà e certezza di fare il bene a tutti i costi ed estirpare il male. Pensiamo alle motivazioni di molte guerre, in cui si era spesso convinti di essere dalla parte della ragione, di avere una missione da compiere, un bene da far trionfare. Pensiamo a tanti fanatismi religiosi che hanno portato a guerre di religione, epurazioni, inquisizioni. Pensiamo a quante volte anche noi siamo tentati di voler dividere per forza la storia in buoni e cattivi, santi e malvagi, a quante volte desidereremmo che Dio facesse un po’ più di chiarezza in questo mondo e separasse (finalmente!) i buoni dai cattivi. A questo proposito mi sembrano illuminanti alcuni brani presenti nella Bibbia: nell’A.T. incontriamo, a volte, quel Dio che giudica e punisce severamente l’uomo per il suo peccato e per quello che ha fatto, un Dio che sembra appunto separare i buoni dai cattivi e dare la giusta ricompensa ad ognuno. Ricordiamo il racconto a carattere mitico del diluvio ma anche 2Sam 24,10 ss. ecc. In questi brani però c’è qualcosa di particolare: notiamo infatti, immediatamente, un pentimento di Dio per quello che ha fatto, una promessa di non farlo più, il bloccare il suo  braccio vendicatore, ecc. Queste caratteristiche di “pentimento”, che i teologi definiscono come “antropomorfiche” - appartenenti alla dimensione umana - a parer mio indicano una cosa ben precisa: che quello non è il vero volto di Dio. E’ come se Lui stesso, col suo pentimento, comunicasse indirettamente a noi che quella della vendetta, della punizione, del separare i buoni dai cattivi, non è una caratteristica che gli appartiene realmente, non è una caratteristica della sua personalità. In altre parole: il fatto che noi esistiamo è perché Dio accetta il chiaroscuro della nostra vita ed il nostro andare fra alti e bassi. Così quello che è descritto nella parabola odierna è in realtà anche quanto avviene dentro ogni uomo. Fin dall’infanzia ci hanno insegnato - o hanno provato ad insegnarci - a reprimere quello che non è conveniente, che non rientra in una certa morale o in un certo costume, a dominare noi stessi. Il moralismo, in questo campo, ha fatto più danni di un erbicida: spesso con le “cattive abitudini” si sono estirpate facilmente anche le capacità creative. Già, perché può accadere che insieme a ciò che è veramente cattivo, estirpiamo anche il bene che abbiamo in noi: sentimenti, emozioni, affetti, che non sono giunti a sufficiente maturazione. Una legge della psiche umana afferma che più cerchiamo di reprimerci e più si solleveranno resistenze, di cui forse non avremo coscienza ma che sicuramente presenteranno il loro conto! Pensiamo a quante volte chi si sforza di seguire indefettibilmente gli insegnamenti di Cristo, distorcendo il senso della purezza, del peccato, della moralità, del “dovere”, si ritrova poi alienato dalla stessa vita e dagli altri – esemplare, in questo caso, mi sembra la figura del figlio rimasto a casa nella parabola del figliol prodigo. Quando una persona ricorre ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta, una delle prime cose da fare è proprio cercare di capire ciò che non è giunto a maturazione e perché, astraendo da ogni possibile giudizio su ciò che è bene e ciò che è male per la persona stessa. Ma anzi, nei limiti possibili, far maturare e far crescere la dimensione soffocata o recisa troppo repentinamente. Quello che poi sarà bene o male è la persona stessa che lo deciderà, infatti è presente in ognuno di noi il principio che ci guida a discernere cosa è bene o male per noi, il difficile è acquisire la pazienza necessaria per lasciar crescere, con la fiducia incondizionata che il bene vincerà e troveremo la nostra strada! Il regno di Dio tollera i nostri peccati e i nostri errori perché ha una incrollabile fiducia nell’azione di Dio che sa attendere (si può confrontare anche l’atteggiamento di attesa del padrone del campo con quello del padre del figliol prodigo) e che non è impaziente come i servitori di oggi. Servitori che ci ricordano, indirettamente, che coltivare una illusione di falsa purezza è indice di malessere e non di benessere. E’ segno di limiti non riconosciuti e perciò non accettati, segno di una realtà di cui non vogliamo prender coscienza e perciò proiettata all’esterno. Occorre saper attendere fino in fondo, fino alla messe, è questo l’insegnamento del Vangelo odierno: non si può venire a capo del male estirpandolo. Non abbiamo di fronte, in questo brano, soltanto il grano e la zizzania ma anche due metodi di mietitura, quello dei giudizi sommari e affrettati, dell’intolleranza e dei fanatismi (fondato sull’ignoranza e sul semplicismo) e quello della pazienza e dell’attesa. E qui ci troviamo di fronte anche all’eterno interrogativo della presenza del male nel mondo e del suo agire e dell’apparente silenzio di Dio, ma Gesù non si mostra preoccupato che l’Onnipotenza di Dio possa essere pregiudicata, ciò che a Lui preme dirci è che strappar via reca solo danno, che c’è un perché al silenzio, alla pazienza e all’attesa di Dio. La crescita di una persona richiede tempo se desideriamo che la maturazione sia effettiva e non solo apparente. Lasciare che il bene cresca, non sterminare il male, questo è l’insegnamento di Gesù. L’uomo ha la sua libertà e i suoi ritmi e Dio rispetta questi tempi: il tempo della pazienza è il tempo della gestazione. S. Weil diceva che “Dio attende con pazienza che finalmente acconsentiamo ad amarlo” Il saper aspettare ha a che fare con la fiducia! Fiducia di Dio nei confronti dell’uomo perché Egli sa che su questa terra c’è molta più debolezza che cattiveria, fiducia in Dio da parte dell’uomo e quindi speranza per l’uomo stesso... “Alla radice c’è soprattutto la debolezza. E il Signore ci vede sempre dalla radice...” (H.Câmara)

 

 

 

 

 

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