XXII Domenica

 

 

Rm 12,1-2

 

     Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

 

 

Mt 16,21-27

 

     Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai". Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: "Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!". Allora Gesù disse ai suoi discepoli: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima? Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

 

     

 

 

 

Fra tutti gli uomini chi, meglio dei discepoli, poteva capire il linguaggio che Gesù ha impiegato in questo brano? Eppure neanche il primato, ricevuto da Pietro nel brano appena precedente che abbiamo letto domenica scorsa, lo dispensa dagli errori e dalla possibilità di peccare. La croce sorprende Pietro, questo non deve scandalizzarci o renderci dubbiosi, perché la fede del cristiano è molto spesso forte e debole allo stesso tempo, casomai dovrebbe far ulteriormente riflettere sul ruolo del papato, nel contesto della collegialità ecclesiale e dell’ecumenismo. La croce, e quindi la sofferenza, per il cristiano non ha senso e non è comprensibile in sé ma lo è – ed è vivibile – solo all’interno della frase presente nel brano di oggi. Cioè solo nell’ottica e nel contesto di una sequela, di una relazione con Cristo, di una rinunzia a se stessi che equivale ad aprirsi alla volontà di Dio. Ad accettare che sia fatta la Sua e non la nostra volontà, a non mettersi “davanti a Lui” (il “lungi da me” andrebbe tradotto con “torna dietro a me”), a non ostacolare il suo cammino, a rinunciare alla propria, personale, idea di Dio (il “pensare secondo gli uomini” di Pietro) per accettare quella di Gesù. E cioè l’idea di un Dio che non si può pienamente accogliere se non dopo il suo passaggio attraverso la morte e la risurrezione e l’idea di un Regno che non si instaura con forza e con potenza, che non conquista subito e infallibilmente tutta l’umanità, ma un Regno che mette le radici nel segreto e nel profondo, che è invisibile eppure presente e si sviluppa con tempi che non dipendono dall’uomo. Va restituita al cristianesimo la dimensione della croce e al mondo la speranza della risurrezione: infatti c’è chi vorrebbe un Cristo senza croce, edulcorato, addomesticato, un Vangelo da salotto…e purtroppo, dall’altra parte, c’è una croce senza Cristo, il mistero del dolore senza la speranza del Risorto. Possiamo leggere questo brano anche ad un altro livello: S. Weil diceva giustamente che “il cristianesimo non propone un rimedio soprannaturale contro la sofferenza ma un uso soprannaturale della sofferenza”. Forse, più spesso di quanto pensiamo, dobbiamo anche noi rinunciare alla tentazione che ha avuto Pietro. Non dobbiamo, cioè, privare gli altri del loro dolore, ognuno ha il suo dolore nella vita, la sua parte di dolore ed è questa che gli permetterà di trovare, faticosamente, la propria strada, che è poi la propria vita. Strada e vita sono infatti le due facce di un’unica medaglia e guadagnare il mondo intero, ci dice ancora il Vangelo, non vale come guadagnare se stessi (“la propria anima”). “Guadagnare” la propria vita è infatti il compito più difficile per un essere umano: Dio – e quindi anche noi stessi – non si trova che nel sovvertimento di tutto ciò che significa felicità, successo e ricchezza in senso borghese e non è possibile una reale professione di fede in Gesù senza accettare questa contraddizione. Potremmo illuderci che il nostro destino dipenda dalle cose che possediamo e non dalla chiarezza e dal grado di sincerità che abbiamo con noi stessi. Potremmo anche guadagnare il mondo intero e per far questo dovremmo “conformarci alla mentalità di questo mondo”, come dice S.Paolo, una mentalità che sempre più spinge a vivere per se stessi, egoisticamente. Ma guadagnare la propria vita significa prima di tutto cambiare la logica dell’esistenza: non più una vita vissuta a vantaggio proprio ma in dono. Qui non siamo di fronte ad una visione rassegnata della vita, ad un fatalismo che conduce alla frustrazione ed al risentimento, tutt’altro. Qui si tratta inoltre di accettarsi per quello che si è, anche se questo può essere a volte terribilmente doloroso, perché solo allora possiamo far fruttificare quello che abbiamo (cf. la parabola dei talenti). Qui vediamo come la sofferenza possa essere compresa solo all’interno di un cammino, di una sequela e come questo cammino sia in fondo la nostra stessa vita: se vogliamo imparare a conoscere la verità sulla nostra vita dobbiamo interrogare il nostro cuore. La sequela di Cristo conduce ad un cammino interiore, ad un confronto con se stessi che è irrinunciabile e che conduce l’uomo a trovare se stesso e la propria vita, se è fatto con sincerità. H. Miller diceva: “non esiste che un solo viaggio ed è dentro, dentro di noi”.

 

 

 

 

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