XXIX Domenica
Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?". Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio".
Chi va da Gesù per fare una
domanda, anche tendenziosa, torna in realtà interpellato. Infatti è come se
Gesù richiamasse alla loro coscienza i suoi interlocutori: “voi che venite a
me con malizia, che ne è della vostra coscienza? del vostro rapporto con
Dio?” Li interroga sulla verità dell’essere uomini, mette cioè in secondo
piano la realtà politica per la verità dell’essere: non si può parlare del
nostro stare al mondo senza andare alla verità più profonda dell’essere
umano, cioè il nostro rapporto con Dio o con la nostra coscienza. Gesù,
quindi, riconosce il valore della politica e, al contempo, ne evidenzia anche i
suoi limiti. Ma attenzione, Gesù non pensa affatto di contrapporre Dio e gli
uomini, le realtà spirituali e quelle temporali. È il corretto rapporto che
ognuno ha con la propria coscienza e con Dio e, all’opposto, l’avvicinarsi a
lui con malizia e quindi essere falsi dentro l’anima, la malafede, ciò che a
lui interessa in primo luogo, è a questa dimensione essenziale che la parola di
Gesù arriva. Sbaglieremmo, quindi, ad interpretare questo brano come un
insegnamento di due realtà presenti sulla terra e spesso contrapposte, quella
divina e quella umana, dimensione spirituale e terrena. Non c’è da
rivendicare un potere temporale, una teocrazia - che non compete - né
rinunciare al proprio ruolo in favore di uno spiritualismo che conduca a
chiudere gli occhi su quello che accade nella società. La scelta della Chiesa,
precisata nei documenti del Conc. Vat. II e fondandosi sull’insegnamento di
Cristo, è una scelta di impegno e di solidarietà con il popolo, per il bene di
tutti. Se anche il governo, qualsiasi governo, si impegna per il popolo, può
esserci un incontro e una visione comune, al di là di ogni partito, non
altrimenti. La scelta è una scelta politica. Tutto è politica, poiché essa
riguarda tutte le attività umane. Sempre si sceglie una posizione, di stare o
non stare da una parte, l’assenso come il dissenso, l’impegno come il
disimpegno, tutto è politica. La politica non è l’arte d’impadronirsi del
potere ma scienza del bene comune, è responsabilità dello sviluppo e del
progresso dell’umanità. La politica si fa o si subisce, dipende dalle
scelte ma non si può evitarla e pretendere di astenersene è il modo peggiore
di farla. L’importante è non lasciarsi imbrigliare dalla politica partitica.
La scelta della Chiesa nel Vat. II è stata una scelta politica in favore del
popolo, soprattutto in favore di coloro che sono più provati e schiacciati dal
dolore, senza mai essere una scelta partitica. Quel Concilio ha dedicato una
parte importante dei suoi lavori all’esame delle preoccupazioni dell’uomo
moderno, problemi in apparenza più profani che religiosi, ma solo in apparenza
perché in realtà non c’è che una sola speranza. Infatti, se è vero
che la fede risponde alle domande sulle realtà ultime e fondamentali del
destino umano: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, perché viviamo, è
vero che le risposte a queste domande vengono costruite qui e ora. Gesù è
stato sempre pronto ad accogliere tutte le realtà umane, non si tratta perciò
di separare o dividere, l’umanizzazione non è opposta all’evangelizzazione
o viceversa e l’eternità inizia, e viene costruita, qui e ora. Le nostre
scelte – politiche, economiche, ecc. – non sono separate dal nostro rapporto
con Dio e dalla responsabilità che abbiamo verso tutta l’umanità, la
“globalizzazione” sta a dimostrare questo. Ed è lì, nell’operare per la
gente, che ci si dovrebbe incontrare, nella professionalità, onestà e
responsabilità dei propri ruoli. In fondo quanto più diamo a Cesare quel
che è di Cesare, tanto più diamo a Dio quel che è di Dio.
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