XXXI Domenica

 

 

Mal 1,14b-2,2b.8-10

 

     Io sono un re grande, dice il Signore degli eserciti, e il mio nome è terribile fra le nazioni. Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni. Voi vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d'inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete rotto l'alleanza di Levi, dice il Signore degli eserciti. Perciò anch'io vi ho reso spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo, perché non avete osservato le mie disposizioni e avete usato parzialità riguardo alla legge. Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l'uno contro l'altro profanando l'alleanza dei nostri padri?

 

 

Mt 23,1-12

 

     Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì'' dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare "maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

 

 

     

 

 

 

Ci si aspetterebbe che Gesù portasse ad esempio coloro che sono esperti di Dio e della sua parola, che li indicasse come modello e non che dicesse “quanto vi dicono fatelo e osservatelo ma non fate secondo le loro opere...” Gesù ha perdonato ogni tipo di peccato ma non l’ipocrisia, poiché essa nasconde la verità della persona. Contro nessun’altra categoria Egli si è scagliato come contro coloro che “amano passeggiare in lunghe vesti e ricevere saluti nelle piazze” (Mc 12,38). “Dire e non fare” è la denuncia più grave che abbia pronunciato, è il male che più ha condannato, nella sfera religiosa come in quella personale. Chi ha spirito farisaico mente a se stesso e agli altri, anziché condurre a Dio o alla verità gli uomini non fa che attirare gli sguardi su di sé, cerca solo di farsi notare. Il fine del suo agire è la sua persona, la sua parola non è incarnata e coerente con la vita, le sue opere sono solo manifestazioni di se stesso, della sua vanità. E queste parole sono rivolte agli uomini religiosi di ogni tempo e di ogni credo, i cristiani non hanno un vaccino particolare contro l’ipocrisia, non esiste un ceto o una classe religiosa che possa sentirsi a posto di fronte a queste parole. L’orgoglio sottile, l’inerzia, il non intervento, la mancanza di assunzione di responsabilità, sono una tentazione per tutti. Come Chiesa, dopo 2000 anni dalla venuta di Gesù, abbiamo eliminato le vesti, i titoli, gli onori, sull’esempio di Lui? (cf. Lc 18,18-19) “Non fatevi chiamare rabbì...”...cardinale, eccellenza, monsignore, santità, eminenza, camerlengo, canonico...Come Chiesa stiamo anticipando il rinnovamento umano e democratico del mondo? Abbiamo sostenuto conquiste civili? E l’aspirazione alla fraternità del genere umano? E quanti pesi sono stati messi sulle spalle della gente, ad esempio nella morale sessuale ma anche in quella sociale, senza che chi emanava certe norme ne sperimentasse poi il peso stesso a causa di uno status diverso? Esistono ancora prescrizioni morali disumane, fardelli pesanti da portare, posti sulle spalle della gente? Ebbene esistono prescrizioni più importanti della legge e di tutte le norme morali, quelle che riguardano la giustizia e la misericordia ma il rischio che sempre si corre è che, quando s’infiltra il legalismo, si salvano solo le apparenze, non il cammino genuino della fede. Gesù è contro ogni movimento religioso codificato e vede l’autorità soltanto come servizio e donazione. Al centro della comunità cristiana c’è la gratuità della paternità di Dio e il riconoscimento dell’autorità di Cristo, le vocazioni non danno (o non dovrebbero dare) dei privilegi, sono uno strumento per il bene comune, il vero fine dell’atto religioso è il servizio. Lui non ha mai detto che i suoi discepoli saranno riconosciuti per la veste che indossano o per i saluti che gradiscono ricevere ma per il fatto che si amano. Possiamo perciò “parlare” di Dio solo se nel farlo ne siamo colpiti in tutta la nostra esistenza. L’autorità di una persona, qui, si vede dal modo in cui incarna ciò che insegna, essa non precede o non dispensa dal fare, ma casomai il contrario, essa discende dal vivere ciò che si comunica, ciò che si dice. Qui si dimostra la superiorità dell’integrità nei confronti dell’ipocrisia, l’importanza dell’interiorità di fronte all’aspetto esteriore: per Gesù è questo quello che conta, l’incontro tra l’io interiore e Dio (cf. anche il passo successivo, Mt 23,13-39). Il rimprovero quindi non cade tanto sul titolo che i farisei (o qualsiasi religioso) si fanno attribuire dagli uomini, quanto sull’importanza che essi traggono da quel titolo. Quello che Gesù condanna non è tanto la qualifica o il ruolo che uno può avere all’interno della comunità, quanto il narcisismo più o meno velato che da esso può derivare, la strumentalizzazione della dimensione religiosa, il “pontificare” al posto del vivere, la gratificazione che si riceve – in certi ambienti religiosi anche dal mettersi apposta all’ultimo posto - il narcisismo professionale derivante dal rapporto con Dio e con gli uomini! L’agire che Gesù esige è quello coerente, di chi è sano e integro interiormente, di chi “dice e fa”, di chi ha interiormente e completamente accettato se stesso e non ha quindi bisogno di mostrarsi diverso da quello che è, non ha bisogno di gratificazioni e vive spontaneamente della sua verità, così “il più grande sarà come colui che serve”. Il vero esempio che dai è quando scendi dal trono del tuo orgoglio, anche quello spirituale del sentirsi buoni e onesti o del non accettarsi mai fino in fondo. Questo è abbassarsi, è essere nella verità della propria persona: “Un notabile lo interrogò: Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna? Gesù gli rispose: Perché mi dici buono? nessuno è buono, se non uno solo, Dio”. (Lc 18,18-19).

 

 

 

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