XXXIII Domenica

1 Tess 5,1-6

     Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà: "Pace e sicurezza", allora d'improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.

Mt 25,14-30

     Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 

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Questa parabola ha un significato psicologico importante, poiché il diverso modo con cui i servi impiegano i talenti affidati decide il loro destino personale. Il centro del brano non è tanto nel prodotto dei talenti quanto nel rapportarsi a Dio e alla vita in maniera corretta, a considerare il giusto rapporto che deve intercorrere fra Dio e l’uomo, rapporto che è tutto l’opposto della paura e del timore servile. I servitori ci rappresentano nel nostro diverso atteggiamento verso Dio, i primi due servi non si chiudono, non calcolano, il terzo viceversa ha solo paura, paura di Dio o meglio di un’immagine falsa di Dio, immagine che alla fine impoverisce la sua stessa vita. Dall’immagine di un Dio inflessibile, fiscale, disumano, può solo nascere un comportamento all’insegna della paura: il terzo servo sembra volersi proteggere dal padrone e chi cerca di proteggersi da Dio è uno che di Dio ha paura. Ma la paura blocca, paralizza, isola, rende conservatori, infruttifica i doni, ti accontenta col minimo. Invece di stimolarci a lavorare più alacremente, come da logica gli ribatte il padrone, non porta a compimento le capacità ricevute, i compiti affidati. La semplice paura di fare qualcosa di sbagliato ci porta a non fare assolutamente niente, non ci fa assumere le nostre responsabilità. Qui sembra il perno dell’intero brano, non si parla infatti di un impiego sbagliato dei talenti quanto del non impiegarli affatto. Ed è nelle parole del servo che appare la poca stima e la poca fiducia che egli ha nei confronti di se stesso e non solo nei confronti del padrone: “ecco qui il tuo” significa “non sono stato capace di farlo fruttificare, non ho avuto fiducia in me stesso”. Egli s’inganna e rimane così ingannato, chi teme il fallimento fallisce di sicuro. Nessuno può rinunciare a se stesso, ai doni e alle possibilità che ha, pena correre il rischio di perdere se stesso: qui si tratta di trarre profitto dalle proprie possibilità. Ogni uomo possiede la sua misura di grazia, di perfezione, di felicità, e il trovare davanti a Dio la propria misura – essere semplicemente se stessi - è già il compendio di tutta la felicità. Il capitale viene offerto, donato, ogni giorno. Occorre compiere lo sforzo di prenderne possesso e di farne buon uso, al limite potremmo farci aiutare da qualcuno, chiedere aiuto “...affidarlo ai banchieri” se ancora non siamo disposti a correre rischi. Le offerte della vita si susseguono incessantemente, bisogna coglierle e metterle in atto, e per questo occorre avventurarsi, esporsi, mettersi alla prova. In questo caso il viaggio del padrone della parabola e la sua attesa non sono tanto un tempo cronologico, quanto lo spazio in cui ognuno è chiamato ad assumere le proprie responsabilità. E’ lo spazio della speranza e la speranza cristiana è una forza attiva, dinamica: Paolo ci esorta a “non dormire...restiamo svegli...” Dio dona cose vive, che devono fruttificare e nel metterle a frutto consiste la nostra stessa vita. Una cosa sembra certa: Dio non può garantirci una salvezza personale sicura, un posto assodato, una garanzia, un riparo “...sapevi che mieto dove non ho seminato...” dobbiamo passare attraverso il rischio, l’impiego dei talenti, anche a costo di sbagliare. Si tratta della nostra vita. Non abbiamo certezze se non di dire “sì”, coloro che dicono “no” sprofondano nel non-vissuto, trasformano la loro esistenza in un’esistenza misera che non s’identifica con le possibilità che hanno. E’ solo la paura che può farci del male, il terzo servo ha paura di sostenere le proprie responsabilità e il giudizio a cui va incontro in realtà è un autogiudizio. La Grazia non ci libererà mai dalle nostre responsabilità perché è a partire dall’assunzione di queste che l’uomo esce dall’infantilismo, matura e perviene a se stesso.